A volte sento ancora l’acqua scorrere


Il rumore dell’acqua che scorre per le strade è assordante, non riesci a sentire nient’altro.
Molta gente adora l’acqua, ama visceralmente il mare. Io personalmente ne ho il terrore.
Il mio nome è Alexandro De L’Alba, ho 27 anni e vivo a Los Angeles.
Sono ormai qui da qualche anno, nella calda e afosa città del West America, meraviglioso forno dietetico a 2000 calorie per cheeseburger.
Sono solo, vivo con il mio cane in un appartamento nella 27ma strada all’angolo con la Barker’s Avenue.
In pratica al centro esatto dell’inferno.
Oggi ci sono circa 40 gradi.
Mi sono svegliato di soprassalto e sento ancora l’acqua scorrermi addosso, nelle orecchie, nella bocca e nel naso.
Tutte le stramaledette notti da qual dannato Santo Stefano del 2004 passano così.
L’altra sera ho sognato di nuovo il mio fratellino.
Mi piaceva portarlo in spiaggia,giocare a pallone con lui.
Io avevo 21 anni e lui ne aveva 12.
L’acqua se l’è portato via. Letteralmente.
L’unico suo resto è stata una scarpa, e siamo stati fortunati a trovare un pezzo del suo piede dentro.
“Scappa Olis, corri!”
A volte mi sembra di sentirlo ancora urlare.
La mia vita era stata cancellata dal mare.
Il suono della caffettiera che fischia mi riporta alla realtà.
Appartamento 216, la sveglia segna le otto del mattino.
E’ un’altra splendida giornata nella città degli angeli.
Mi alzo stordito e mi dirigo verso la mia piccolo cucina. Fuori il sole splende e Bingo sta dormendo sul tappeto.
Faccio piano per non svegliarlo ma ormai è vecchio ed è un po’ duro d’orecchi.
Prendo la caffettiera e mi verso un caffè quanto mai lungo, forse perchè probabilmente tornerò a dormire.
Chiudo gli occhi e rivedo mia madre, il corpo gonfio riverso su un fianco, innaturalmente bianco, i vestiti macilenti e zuppi, la bocca aperta e le labbra scorticate, mentre un uomo in un’anonima tuta blu la ricopre con un sacco nero come la notte.
La casa che crolla attorno a noi e lei che mi diceva di correre, di mettere in salvo Olis.
Il gorgoglio della sua gola invasa dalle torbide acque del mare assassino permeano ancora i miei sogni.
Appoggio la tazza sul bancone bianco della cucina e mi siedo per terra, ignorando le comode sedie sgargianti, contro il muro freddo.
Il lavandino perde, il plic plic delle gocce mi ricorda il suono dell’acqua che cadeva dalle dita di un cadavere nell’ospedale da campo.
Il mondo aveva mandato uomini e donne senza distinzione per cercare di aiutarci.
Ma nessuno di loro potrà mai cancellare l’orrore.
Mi stringo nelle mie ginocchia e piango, come ogni mattina, da qui a sei anni.
A volte sento ancora il rumore assordante dell’acqua che scorre nelle strade,e non riesco a sentire nient’altro.

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