Un Medico


Un Medico
“Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.”

Non si passeggia per niente. E non si guarda il cielo per niente.
Lui pensava questo tutte le sere, quando passava sotto quei vecchi e striminziti ciliegi; camminava senza niente in tasca tranne le mani, buttando di tanto in tanto l’occhio ad una finestra e poi l’altra, come un gioco di arancioni luci, immaginandosi le famiglie che vi vivevano dentro.
C’era forse qualche vecchio solo che fissava delle grigie e polverose foto, immobile come una vetrina? Vi erano forse dei gioiosi ragazzini che giocavano con nulla sul tappeto ed erano felici, nell’appartamento accanto?
Su tutto ciò lui non poteva che stendere un velo di neve, e lentamente passò oltre.

“Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore.”

E pensava. Non poteva farne a meno: non quella sera, non con quel cielo che rigettava la luce a terra. Il pensiero andò all’esame di medicina del giorno dopo e non trattenne un sorriso fugace. Perchè giocare con nulla quando puoi giocare con la vita, con la vita degli altri? Nel mondo si vince o si perde. E lui non avrebbe perso.
Un velo di neve ricoprì il suo cuore di ghiaccio e lentamente passò oltre.

“E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l’uomo
e vennero in tanti e si chiamavano “gente”
ciliegi malati in ogni stagione.”

Sedeva sulla sua poltrona di feltro il “dottore”. Con le mani in mano, contava le ultime banconote, come sempre ogni venerdì sera. Solo che quello non era un venerdì sera qualunque.
Ottocento, novecento, mille..
I soldi passavano sotto le sue dita, insensibili e assuefatte dalla cartamoneta.
Davanti alla sua scrivania uno specchio restituiva l’immagine di un uomo di cinquant’anni.
Venerabile, in camice bianco, ordinato, elegante, ricco, corrotto, depravato, schifoso.
E fuori la neve cadeva sui ciliegi, e li conservava in pochi piccoli attimi fugaci; fuori la neve indifferente creò un velo su quell’uomo, d’ipocrisia avvelenato, con la morte alle porte.
I ciliegi non erano però né rossi ne bianchi. Erano neri. Erano morti.
La neve lo ricoprì e lentamente passò oltre.

“E i colleghi d’accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d’amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare.”

“Nel mondo si vince o si perde” ripeteva poco convinto, a quelli che ancora lo stavano a sentire. Non aveva mai avuto, lui, bisogno d’amare: il suo era solo un mestiere.
Ottocento, novecento, mille.
Dalla sua porta passò il suo nuovo pediatra, in volto un sorriso. Si chiese, il “dottore”, cos’avesse da ridere. Gli venne detto in risposta. “Io curo i malati”.
“Il medico cura la malattia, non i malati. Curare i malati , è quello che manda il medico in depressione”. Ma niente faceva presa su quel cuore di vetro, che lentamente si scioglieva, e dal sorriso, poi, rideva.
Un’altra coltre di neve si tuffò sul cuore gelato. Ottocento, novecento, mille. E lentamente passo oltre.

“E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell’identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.”

Fare il dottore è solo un mestiere, non porta altro che denaro. Guardò giù dalla sua finestra del suo spazioso ufficio. Attorno al suo Chayenne tre bambini rincorrevano i fiocchi di neve e li schivavano, felici.
Toccare del denaro non era la stessa cosa, pensò.
Nel mondo si vince o si perde. E lui quel venerdì sera del 24 Dicembre, capì di aver perso.
La neve iniziò a sciogliersi sul suo cuore, e lui lentamente passò oltre.

“E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l’etichetta diceva: elisir di giovinezza.”

Nel corridoio le luci erano spente. Dalle camere fiocamente illuminate i pazienti dormivano sonni più o meno pesanti, dettati da anestetici più o meno pesanti.
Nessuna droga poteva addormentarlo quella sera. Vagò per le sale dell’ospedale come non aveva mai fatto, lasciandosi dietro di sé un’invisibile, sottile e quanto mai reale scia di neve bagnata. Non sapeva dove andare a farsi curare, lui, che aveva curato con occhio cinico e insensibile migliaia di pazienti, e altrettanti ne aveva visti morire; ora era diventato lui un paziente, per curare quell’organo che aveva seppellito sotto la coltre bianca e gelata della propria avidità.
Attraversò respiri e singhiozzi, ma ancora una volta passò oltre.

“E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione.”

Cercava quel giovane ragazzo, quel piccolo sorriso.
Come fai? Dimmi come fai? Perchè sorridi? Come puoi?
Non poteva rimanere così, in quella sera bianca e nera, ad aspettare lo spettro del suo cinismo.
Si fermò al suono di un canto. La porta aperta, una candela accesa.
E poi un bambino sul letto, un malato terminale, lui lo sapeva. Pochi giorni o poco più.
Eppure, eppure…
La madre ancora lì accanto, con una piccola torta in mano, gli occhi dietro le lacrime, il sorriso sotto le labbra.
E cantava per il suo piccolo, come se potesse averne ancora cento di quei compleanni.
Ottocento, novecento, mille.
Si sedette anche lui e cantò per qualcun’altro, per la prima volta.
La neve si sciolse sul suo cuore caldo: telefonò alla moglie per dirle che l’amava, al suo capo per dire che si licenziava, e di cose da dire ne aveva davvero molte.
Cantò per il piccolo sorriso, e questa volta non passò più oltre

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