Incipit sull’Incipit – Athluntynos


Eridul camminava.
Come aveva fatto prima della battaglia, come aveva fatto dall’inizio del tempo. Non si era mai chiesto il motivo di questo suo movimento, ma sarebbe stato come chiedersi il perché dell’alternarsi delle stagioni, o del perché l’acqua fosse bagnata.
Egli camminava perchè era lui stesso il tempo, lo scorrere di un ruscello, l’invecchiare delle foglie.
E ora passava in mezzo a quella terra rossa come il sangue, in mezzo ai cadaveri mutilati e putrescenti di quella battaglia che aveva contribuito a scatenare.
I corvi volavano sopra le cortine di fumo che si sprigionavano dalle torce e dai bracieri accesi e rovesciati.
Nulla più rimaneva delle urla, delle cariche poderose: solo un vuoto silenzio e il lamento del vento.
Un uomo, con la giubba di cuoio impregnata di sangue, rantolava poco distante, mentre un corvo grande come un cane di piccola taglia gli beccava la spalla sinistra.
Il dio continuò il suo percorso, perchè non poteva fermarsi e perché il tempo non si ferma mai per nessuno, nemmeno davanti alla morte.
Attorno a lui mille e mille corpi senza vita, tanti come foglie di un albero, caduti al primo vento autunnale.
In mezzo al nulla e alla morte, calpestando dita e viscere, Eridul camminava.

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