Digressione Narrativa (Atlantide) – Descrizione di un castello


Quella che segue è una descrizione della città di Atlantide vista dagli occhi di Ertalosth, un Guardiano, l’unione tra un uomo e un atlantideo.
Volevo rendere l’idea di un paesaggio idilliaco e stupefacente, e ho usate varie tecniche, prima fra tutte la tecnica dell’allargamento: sono partito da un particolare e ho esplorato la scena attraverso quel particolare, un po’ come se zoommassimo al contrario un soggetto.
Spero possiate darmi qualche consiglio.
Grazie!
-Eccoci quasi giunti- disse il principe ai due. Poi rivolgendosi ad Ertalosth disse: -Tu mi hai parlato molto della tua città, ma io non ho detto nulla sulla mia. Mi spiace di essere stato così scortese da non deliziarti con le bellezze della Città Blu, ma spero tu possa perdonarmi lo stesso, poiché ora stai per vederla con i tuoi occhi. Nessuna descrizione saprebbe rendere ciò che l’occhio vede-.
Infatti, dopo un altro pezzo di strada che curvava leggermente verso Est, comparve la città.
Ertalosth vi era stato alcune volte ma solo da bambino, e ora la vedeva con occhi nuovi, pieni di esperienza, come se fosse per le prima volta.
C’erano delle rondini in quel cielo turchino ingombro di nuvole, che lanciavano i loro richiami e che affollavano la valle di fronte a loro, che si era aperta come un foglio di carta vellutato in un libro. Quei piccoli uccelli sembravano nugoli di polvere che girava come impazzita tra le colline boscose che circondavano la vallata; fiumi azzurri e sottili si srotolavano come strisce di seta, piegandosi e brillando, fino a raggiungere la pianura al fondo della conca dove si ergeva Athluntynos, la Città Blu, capitale del Regno di Atlantide.
Ognuna di quelle rondini sorvolava i campi intorno alla città, dorati per il grano maturo; passavano sotto i ponti d’avorio e di perla che scavalcavano i corsi d’acqua d’irrigazione, volavano lungo le strade che da sterrate diventavano piastrellate di marmo lucentissimo.
Quelle strade arrivavano, correndo come bianchi serpenti nei campi e nei prati, fino alle mura della città: bianche, alte quasi quanto quaranta uomini messi l’uno sopra l’altro, d’un materiale liscio e durissimo, circondavano l’intera città.
Su di esse potevano camminare fino a cinque uomini l’uno di fianco all’altro, e si aveva una vista completa su tutti i colli e i crocevia.
La piana attorno alla città era divisa in quattro parti da due fiumi, che si incontravano nel bel mezzo della città.
Il primo, che veniva da Nord, aveva nome Banuish, che significava Acqua Bianca; il secondo, che sfociava da Est si chiamava Athasach, che vuol dire Felice nell’antica lingua di Atlantide.
I due fiumi correvano gioiosi fino alle mura della città, e vi penetravano grazie a due canali sormontati da una torre splendente.
Entravano poi tra le case dai tetti azzurri e turchini e dalle mura bianche o grigie. Scivolavano sotto le strade e i ponti bianchi affollati di gente che camminava e svolgeva le sue attività; cantavano allegramente in mille dolci piccole cascate. Attorno a loro crescevano giardini e locande, con prati che sembravano piccoli brillanti di smeraldo in un mare di perla.
Ogni tanto la loro strada era diretta verso una delle innumerevoli fontane che metteva a disposizione dei cittadini le loro acque limpide.
Addentrandosi nella città, i due fiumi, così come gli occhi di Ertalosth, vedevano cambiare le abitazioni, ora più alte e imponenti; le strade erano più larghe e curate e i giardini più splendenti che mai.
Se Ertalosth fosse stato una rondine, avrebbe potuto vedere da vicino le statue di marmo e di piombo ergersi come silenziosi guardiani egli angoli delle vie e si sarebbe potuto dissetare in una delle tante polle che i fiumi formavano vicino alle case dei nobili.
Il corso dei due fiumi si avvicinava sempre di più, fino ad arrivare alla costruzione più magnifica e splendente che il giovane Guardiano avesse mai visto.
Mano a mano che si avvicinavano alla città, scendendo per il sentiero, il castello reale si ergeva e si mostrava in tutta la sua imponenza.
Aveva molte torri, puntute e sottili come aghi d’osso, dalla punta così azzurra da rendere difficile capire dove finisse il tetto e dove iniziasse il cielo. Il mastio era esattamente al centro della città; sembrava appeso alle torri ed era del colore della neve appena caduta; innumerevoli vetrate si aprivano sulla sua superficie che, come le radici di un albero, si divideva in più tronconi, ali, sale, camere, scale, che terminavano ognuna in una torre.
Al centro del castello di ergeva il torrione più alto e maestoso, di un brillante azzurro chiaro: era lì che il padre di Glorifin, il re di Athluntynos, dimorava e riceveva i suoi sudditi. Era lì che il re stava aspettando suo figlio.
Quando furono a poco meno di cento metri dalle mura, Ertalosth credette di ingannarsi, poiche gli sembrò di vedere un arcobaleno sulla sommità della torre più grande e chiese a Glorfindel se quello che vedeva era solo un’immagine nella sua mente o realtà.
-Non t’inganni, e la tua vista non è compromessa- rise il principe -quello che vedi è Irlindin, che significa Arcobaleno nella nostra lingua. Esso è lì da quando il nostro primo re fondò la città all’incontro con questi due fiumi. Il motivo per il quale si trova lì, invece, è una storia antica quasi quanto il mio popolo, e non è il momento né il luogo adatto per raccontartela: sappi solo che si tratta di un racconto di grandi gesta e di valorosi sacrifici-.
Rimase qualche secondo in silenzio, poi continuò: -C’è una leggenda che si narra invece da moltissimo tempo fra la nostra gente. Si dice che finché Irlindin rifulgerà di tutti i suoi colori, il popolo di Athluntynos potrà prosperare in pace; perché ciò accada, i due fiumi dovranno continuare a scorrere così come hanno sempre fatto, per volontà divina. Noi rendiamo onore agli dei ogni giorno e perciò gli dei ci concedono questo segno della loro benevolenza.. Guarda attentamente sopra la torre. Vedi quel velo che sembra pioggia?-
Ertalosth guardò.
Non riusciva a comprendere cosa c’entrasse con la sua domanda, ma quando vide una rondine passare attraverso ciò che il principe indicava, rimase senza fiato.
I due fiumi, arrivati nei giardini reali, prima di andare a cozzare contro il possente castello, si staccavano da terra e, per qualche magia o benedizione divina, creavano due archi che si incrociavano sopra la residenza del re per poi ricadere dall’altra parte e riprendere il loro corso, uscendo dalla città.
I due corsi d’acqua apparivano allora nella loro bellezza più pura, l’uno di colore chiaro e l’altro più ombroso, e velavano il castello quasi per metà, come una tenda sottile attraverso la quale filtra un timido raggio di sole.
Sopra ai due archi stava Irlindin dai Mille Colori, creato dalla luce del sole che si rifrangeva nelle gocce d’acqua delle cascate perpetue sospese nel vuoto, come a racchiudere tanta bellezza per non lasciarla mescolare a tutto il resto del mondo.
Il Guardiano rimase così colpito da tale dimostrazione di potenza, di bellezza e magnificenza, che non trovò parole per rispondere al principe, ma i suoi occhi si riempirono di lacrime e meraviglia, e fu come se il mondo gli sussurrasse alle orecchie parole dolci, suadenti e malinconiche: si sentì piccolo, insignificante, ma fortunato ad essere testimone di un tale trionfo di colori e di vita.

Quella che segue è una descrizione della città di Atlantide vista dagli occhi di Ertalosth, un Guardiano, l’unione tra un uomo e un atlantideo.Volevo rendere l’idea di un paesaggio idilliaco e stupefacente, e ho usate varie tecniche, prima fra tutte la tecnica dell’allargamento: sono partito da un particolare e ho esplorato la scena attraverso quel particolare, un po’ come se zoommassimo al contrario un soggetto.Spero possiate darmi qualche consiglio.Grazie!

-Eccoci quasi giunti- disse il principe ai due. Poi rivolgendosi ad Ertalosth disse: -Tu mi hai parlato molto della tua città, ma io non ho detto nulla sulla mia. Mi spiace di essere stato così scortese da non deliziarti con le bellezze della Città Blu, ma spero tu possa perdonarmi lo stesso, poiché ora stai per vederla con i tuoi occhi. Nessuna descrizione saprebbe rendere ciò che l’occhio vede-.Infatti, dopo un altro pezzo di strada che curvava leggermente verso Est, comparve la città.Ertalosth vi era stato alcune volte ma solo da bambino, e ora la vedeva con occhi nuovi, pieni di esperienza, come se fosse per le prima volta.C’erano delle rondini in quel cielo turchino ingombro di nuvole, che lanciavano i loro richiami e che affollavano la valle di fronte a loro, che si era aperta come un foglio di carta vellutato in un libro. Quei piccoli uccelli sembravano nugoli di polvere che girava come impazzita tra le colline boscose che circondavano la vallata; fiumi azzurri e sottili si srotolavano come strisce di seta, piegandosi e brillando, fino a raggiungere la pianura al fondo della conca dove si ergeva Athluntynos, la Città Blu, capitale del Regno di Atlantide.Ognuna di quelle rondini sorvolava i campi intorno alla città, dorati per il grano maturo; passavano sotto i ponti d’avorio e di perla che scavalcavano i corsi d’acqua d’irrigazione, volavano lungo le strade che da sterrate diventavano piastrellate di marmo lucentissimo.Quelle strade arrivavano, correndo come bianchi serpenti nei campi e nei prati, fino alle mura della città: bianche, alte quasi quanto quaranta uomini messi l’uno sopra l’altro, d’un materiale liscio e durissimo, circondavano l’intera città.Su di esse potevano camminare fino a cinque uomini l’uno di fianco all’altro, e si aveva una vista completa su tutti i colli e i crocevia.La piana attorno alla città era divisa in quattro parti da due fiumi, che si incontravano nel bel mezzo della città.Il primo, che veniva da Nord, aveva nome Banuish, che significava Acqua Bianca; il secondo, che sfociava da Est si chiamava Athasach, che vuol dire Felice nell’antica lingua di Atlantide.I due fiumi correvano gioiosi fino alle mura della città, e vi penetravano grazie a due canali sormontati da una torre splendente.Entravano poi tra le case dai tetti azzurri e turchini e dalle mura bianche o grigie. Scivolavano sotto le strade e i ponti bianchi affollati di gente che camminava e svolgeva le sue attività; cantavano allegramente in mille dolci piccole cascate. Attorno a loro crescevano giardini e locande, con prati che sembravano piccoli brillanti di smeraldo in un mare di perla.Ogni tanto la loro strada era diretta verso una delle innumerevoli fontane che metteva a disposizione dei cittadini le loro acque limpide.Addentrandosi nella città, i due fiumi, così come gli occhi di Ertalosth, vedevano cambiare le abitazioni, ora più alte e imponenti; le strade erano più larghe e curate e i giardini più splendenti che mai.Se Ertalosth fosse stato una rondine, avrebbe potuto vedere da vicino le statue di marmo e di piombo ergersi come silenziosi guardiani egli angoli delle vie e si sarebbe potuto dissetare in una delle tante polle che i fiumi formavano vicino alle case dei nobili.Il corso dei due fiumi si avvicinava sempre di più, fino ad arrivare alla costruzione più magnifica e splendente che il giovane Guardiano avesse mai visto.Mano a mano che si avvicinavano alla città, scendendo per il sentiero, il castello reale si ergeva e si mostrava in tutta la sua imponenza.Aveva molte torri, puntute e sottili come aghi d’osso, dalla punta così azzurra da rendere difficile capire dove finisse il tetto e dove iniziasse il cielo. Il mastio era esattamente al centro della città; sembrava appeso alle torri ed era del colore della neve appena caduta; innumerevoli vetrate si aprivano sulla sua superficie che, come le radici di un albero, si divideva in più tronconi, ali, sale, camere, scale, che terminavano ognuna in una torre.Al centro del castello di ergeva il torrione più alto e maestoso, di un brillante azzurro chiaro: era lì che il padre di Glorifin, il re di Athluntynos, dimorava e riceveva i suoi sudditi. Era lì che il re stava aspettando suo figlio.Quando furono a poco meno di cento metri dalle mura, Ertalosth credette di ingannarsi, poiche gli sembrò di vedere un arcobaleno sulla sommità della torre più grande e chiese a Glorfindel se quello che vedeva era solo un’immagine nella sua mente o realtà.-Non t’inganni, e la tua vista non è compromessa- rise il principe -quello che vedi è Irlindin, che significa Arcobaleno nella nostra lingua. Esso è lì da quando il nostro primo re fondò la città all’incontro con questi due fiumi. Il motivo per il quale si trova lì, invece, è una storia antica quasi quanto il mio popolo, e non è il momento né il luogo adatto per raccontartela: sappi solo che si tratta di un racconto di grandi gesta e di valorosi sacrifici-.Rimase qualche secondo in silenzio, poi continuò: -C’è una leggenda che si narra invece da moltissimo tempo fra la nostra gente. Si dice che finché Irlindin rifulgerà di tutti i suoi colori, il popolo di Athluntynos potrà prosperare in pace; perché ciò accada, i due fiumi dovranno continuare a scorrere così come hanno sempre fatto, per volontà divina. Noi rendiamo onore agli dei ogni giorno e perciò gli dei ci concedono questo segno della loro benevolenza.. Guarda attentamente sopra la torre. Vedi quel velo che sembra pioggia?-Ertalosth guardò. Non riusciva a comprendere cosa c’entrasse con la sua domanda, ma quando vide una rondine passare attraverso ciò che il principe indicava, rimase senza fiato.I due fiumi, arrivati nei giardini reali, prima di andare a cozzare contro il possente castello, si staccavano da terra e, per qualche magia o benedizione divina, creavano due archi che si incrociavano sopra la residenza del re per poi ricadere dall’altra parte e riprendere il loro corso, uscendo dalla città.I due corsi d’acqua apparivano allora nella loro bellezza più pura, l’uno di colore chiaro e l’altro più ombroso, e velavano il castello quasi per metà, come una tenda sottile attraverso la quale filtra un timido raggio di sole.Sopra ai due archi stava Irlindin dai Mille Colori, creato dalla luce del sole che si rifrangeva nelle gocce d’acqua delle cascate perpetue sospese nel vuoto, come a racchiudere tanta bellezza per non lasciarla mescolare a tutto il resto del mondo.Il Guardiano rimase così colpito da tale dimostrazione di potenza, di bellezza e magnificenza, che non trovò parole per rispondere al principe, ma i suoi occhi si riempirono di lacrime e meraviglia, e fu come se il mondo gli sussurrasse alle orecchie parole dolci, suadenti e malinconiche: si sentì piccolo, insignificante, ma fortunato ad essere testimone di un tale trionfo di colori e di vita.

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