Andragos e Pistios – Vincitore del concorso di Luserna


Tema libero, quindi avevo mille opportunità. Mi sono rifatto al mito dell’Eneide per la storia, mentre i nomi dei due derivano da due parole greche esistenti (modificate opportunamente), come anche il nome di Phobos (che però non è stato modificato).

=)

La luce del sole giocava con la spada di latta che era appoggiata tra l’erba alta e verde, a riposare, mandando bagliori chiari e allegri sul volto del ragazzo bruno che stava seduto accanto a lei.
Era una giornata di vento leggero e il cielo era terso, solcato da alcune strisce di nubi che lo rigavano quasi per dispetto. Ai piedi del giovane uomo si stendeva la campagna della sua infanzia e della sua adolescenza; l’unico rumore che si poteva ascoltare era il respiro dell’erba che lo nascondeva alla vista e il cantare degli uccelli sui rami degli alberi vicini, disposti in filari a perdita d’occhio.
-Ehi, Pistios- disse sorridendo, ad occhi chiusi -Hai mai sognato di volare?-
Pistios si stese appoggiando la testa vicina a quella del suo amico, una delle spade di latta con le quali avevano giocato stretta in pugno, mettendosi nel verso opposto in maniera parallela del primo giovane. Aprì gli occhi celesti e guardò l’azzurro sopra di lui, come se gli potesse fornire la risposta.
-No mai. E tu Andragos?-
-Quasi sempre. Quasi ogni notte-.
-E com’è?- Pistios staccò un filo d’erba e se lo mise in bocca, prima di accavallare le gambe.
-Meraviglioso. Un giorno mi piacerebbe saperlo fare. Volare come un’aquila, come fanno gli dei, vedere tutto dall’alto, poter andare dove mi pare. Libertà, ecco cosa sarebbe-.
Pistios non rispose, ma capiva perfettamente cosa Andragos intendesse dire.
Una rondine passò tracciando una macchia fumosa sul celeste di quel cielo primaverile, che faceva da tetto sopra la loro gioventù. -Andare lassù, dove osano camminare le nuvole-
La voce di Andragos si ruppe e calò il silenzio tra i due, interrotto solo dal rumore dei sogni che riempivano le loro menti. Un silenzio assordante.

L’aria era immobile mentre il cavaliere si chinava sul collo della sua cavalcatura e esaminava le tracce sul terreno. La sua armatura chiara e le sue vesti bianche erano sporche di terra. Attorno a lui il sottobosco era immerso in una penombra azzurrina propria dei minuti precedenti all’alba e tutto era avvolto da una pesantezza tipica del sonno profondo di tutte le cose.
Le tracce erano chiare e inequivocabili, ma lui non era tranquillo.
-Pistios, trovato niente?- Un secondo cavaliere sopraggiunse alle spalle del primo. Portava una lancia sottile e cingeva, come il suo compagno, una spada corta. Il suo cavallo era nero come l’inchiostro.
-Sì. Le tracce sono molto chiare-
-Bene!- fece l’altro -Allora non ci dovrebbero essere troppi problemi.
-Al contrario: sono un po’ preoccupato, Androgos, amico mio- Pistios corrugò la fronte.
-Non capisco- esclamò l’altro.
Pistios fece voltare il suo baio e indicò una serie di tracce. -Secondo le nostre informazioni, dovrebbero essere in poco meno di venti. Un gruppo così composto può facilmente nascondere le proprie tracce, specialmente in un terreno come questo-.
Si guardò intorno con i suoi occhi chiari. La guerra che li aveva portati fino in quella regione che non conoscevano li aveva fatti diventare cauti. La morte che avevano visto avvicinarsi sempre di più, camuffata da spada o da freccia li aveva resi ancora più attaccati alla vita. Più volte i due si erano salvati la vita a vicenda, e quella missione di ricognizione era come tante altre.
-Sai che quegli idioti degli Ischioti non vanno mai tanto per il sottile. Si saranno dimenticati-
-È certamente come dici tu, ma questo posto non mi piace. Torniamo al campo. Ti devo ancora una calice di vino per ieri sera – rispose Pistios sorridendogli, memore che poche ore prima Andragos aveva dichiarato i suoi sentimenti alla ragazza che egli amava da tempo. Andragos stesso sorrise, ripensando alla medesima sera e alla felicità che aveva provato quando si era scoperto contraccambiato.
Pistios diede di sperone al suo cavallo facendolo voltare del tutto, mettendolo al passo, lo sguardo fisso sugli alberi scuri e silenziosi.
Fu in quel momento che il cavallo di Andragos si abbattè al suolo, in un nitrito disperato che si trasformò in un cupo gorgoglio di sangue.
Una freccia gli aveva reciso la trachea, mentre altre due lo avevano centrato nell’ampio ventre. Andragos fu sbalzato di sella e cadde rovinosamente, rialzandosi a fatica. Dal bosco irruppero urlando una decina di uomini; erano armati di spade e lance ma sprovvisti di scudi e vestivano armature di cuoio sottile. Truppe leggere.
Pistios domò il suo cavallo, innervosito e spaventato dall’odore del sangue e dalla comparsa degli uomini urlanti, portandolo tra Andragos e gli avversari, permettendo al primo di alzarsi e raccogliere la sua lancia.
Una freccia colpì il cavallo di Pistios, che si impennò violentemente, sbalzando l’esploratore a terra. Pistios si rialzò velocemente ed estrasse la spada, mettendosi fianco a fianco con Andragos. Contò rapidamente i nemici. Erano almeno undici. Troppi.
-Pistios..- mormorò l’altro, stringendo convulsamente l’asta della lancia.
-Tranquillo Andragos. Ne usciremo- disse con voce bassa Pistios, mentre il suo cavallo nitriva spaventato, girando in cerchio e alzando polvere dal terreno.
I nemici li avevano accerchiati, approfittando del relativo spazio tra gli alberi. Erano uomini dalle barbe incolte e dalla pelle sporca. Vagabondi più che soldati; gli Ischioti erano rinomati per stringere alleanze con chiunque potesse servirli, fossero essi barbari o greci.
Un grosso uomo, dalla pelle del viso solcata dalle cicatrici e con un occhio completamente vitreo e cieco sputò in terra e parlò in un greco stentato.
-Luridi e schifosi mangia vermi! Ora io e miei ragazzi ci divertiremo un po’ con voi!-
Senza aspettare alcun segnale, tutti gli altri nemici si buttarono addosso ai due esploratori.
Pistios vide la paura affacciarsi sul volto del suo migliore amico, e tutti i loro attimi passati insieme si fusero nella sua mente.
No, non poteva finire tutto così, alla mercè di una decina di rozzi barbari.
Fece un giro su se stesso e abbattè il primo uomo mozzandogli la testa di netto. Il sangue gli schizzò la veste e lui approfittò dello stupore degli avversari dietro al primo per attaccarli, colpendone uno all’inguine e un altro allo stomaco, compiendo un elegante arabesco con la spada. In quel momento una freccia lo raggiunse a tradimento e gli si piantò tra le costole. Il respiro gli si mozzò, fu disarmato e tenuto a terra, ma non lo uccisero.
Da quella posizione potè orribilmente vedere il suo amico per terra, trattenuto da due di quegli uomini orrendi che ridevano sguaiatamente, pregustando il divertimento.
-Ehi Deimos, questo qui si agita un po’ troppo!- esclamò un uomo dalle orecchie piccole che stava immobilizzando Androgos mentre tentava di liberarsi, disperatamente.
Deimos, l’uomo che per primo aveva parlato loro, si avvicinò, senza che Pistios potesse agire in alcun modo.
Non potè fare nulla quando quello che doveva essere il capo dal volto coperto dalle cicatrici snudò la propria spada.
Non potè fare nulla quando vide la lama penetrare nella schiena di Andragos inchiodandolo a terra; nulla, se non guardare gli occhi del suo compagno spalancarsi, perdere tutta la loro vitalità mentre la vita usciva da dentro di lui insieme al sangue dalla sua ferita, mentre il ferro infieriva sulla sua carne.
L’ultimo sguardo di Andragos si perse nel vuoto, senza vedere il viso del suo amico che lo stava guardando.
L’assassino rise. Rise del suo omicidio a sangue freddo e senza motivo. Rise per una vita presa e gettata via senza alcun riguardo e risero anche i suoi compagni. Una risata che non aveva nulla di umano, una risata che era stata pagata con il prezzo di un amicizia.
Quando Pistios riuscì a liberare la mano destra e a colpire in un occhio chi lo teneva per terra, tutti stavano ancora ridendo.
Quando prese la spada dalle mani dell’uomo che urlando si teneva l’occhio destro che grondava sangue, avevano iniziato a smettere; quando Pistios fu in piedi, smisero del tutto.
Il giovane greco si gettò verso Deimos. Tra tutti cercava solo Deimos, voleva soltanto Deimos.
La rabbia gli bruciava le vene, le lacrime quasi lo accecavano, ma vide chiaramente la paura sul volto dell’uomo che aveva ucciso il suo amico.
Immerse la spada fino all’elsa nel suo petto, udendo le costole scricchiolare e rompersi, mentre il suo nemico sputava il sangue che proveniva dai polmoni perforati.
Provò pena e compassione per lui in un primo momento.
Poi provò gioia quando sentì una spada trapassargli il robusto muscolo del femore e passare da parte a parte la sua gamba destra, e altre due lame penetrargli nella schiena e aprirsi un passaggio nelle sue viscere, per sbucare dal suo stomaco.
Prima che tutti si accanissero su di lui, alzò lo sguardo, in alto, verso il cielo.
L’azzurro sopra la sua testa gli sorrideva, calmo, con il sorriso di un amico perduto.
Provò gioia nuovamente, perchè capì che presto avrebbe ritrovato il suo compagno, ovunque egli fosse in quel momento.
Guardò lassù, nell’infinito azzurro.
Lassù, dove osavano camminare le nuvole.
E i suoi occhi più non videro.

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