Rampiè – Il mondo visto dall’alto


La cosa più divertente dell’arrampicata, è che potresti morire sul serio.
Ma non è così forse anche nella vita?
Siamo tutti appesi a dei rinvii all’interno dei quali facciamo passare le nostre corde.
Speriamo che quei rinvii tengano così, anche dovessimo perdere per un attimo la presa, ci permetterebbero di tornare su, di non farci male. Ma non ne siamo mai sicuri.
L’importante è avere dei rinvii solidi.
Questo Francesco lo sapeva, mentre faceva sicura a Giulia che saliva venti metri sotto di lui.
La giornata era tersa, di quelle che mettono energia in ogni singolo movimento.
I suoi capelli scompigliati dall’aria mattutina non gli davano fastidio; sotto le unghie sentiva la presenza acida della magnesite, quasi come se avesse potuto assaporarla sulla punta delle labbra.
Davanti ai suoi occhi una parete di roccia chiara si allungava verso il cielo; dietro di lui si apriva il mondo.
Le nuvole lambivano le creste e i colli più bassi, quasi a voler nascondere un mondo che con la bellezza di quelle rocce aveva poco a che fare.
Francesco tese la corda, e le fettucce con le quali era assicurato alla parete scricchiolarono sinistramente.
Un rumore che avrebbe impressionato tanti, ma non lui, abituato al suono della fune mentre dondola, assuefatto al rumore del frantumarsi della roccia. Erano suoni che gli dicevano che andava tutto bene, che era tutto a posto, che era a casa.
A trecento metri dal suolo.
Giulia scelse finalmente l’ultimo appoggio per il piede e si sollevò, arrivando all’altezza di Francesco.
Gli sorrise, luminosa e bellissima come sempre, gli occhi azzurri che sembravano ladri di cielo.
Fu il momento di Francesco di salire.
Si staccò dalla parete dopo che Giulia si fu assicurata e fu pronta ad assicurarlo a sua volta con il dispositivo a secchiello.
-Bello vero?-
Lei lo guardò.
-Bellissimo-
Poi Francesco guardò in su e non smise di farlo fino alla fine.
La scelta di ogni appiglio, sul quale le dita cercano freneticamente un punto d’appoggio, dura solo un secondo. Eppure è esattamente in quel secondo che ci rendiamo conto se la presa reggerà oppure no.
Quel secondo, all’improvviso, è tutto ciò che abbiamo tra l’avanzare e il cadere.
Oltre ai rinvii.
Francesco sapeva di avere il rinvio migliore che potesse esistere sotto di lui. Era per questo che si arrampicava con tanta sicurezza: sapeva che non sarebbe mai caduto così in basso da farsi male.
Meccanicamente, Francesco spostò i piedi per avere un appiglio più comodo. Una volta trovatolo fece pressione sulla suola di gomma spessa e allungò un braccio, issandosi.
Era l’ultimo tiro, prima della punta.
Continuò così, gamba, piede, spinta, braccio.
In meno di una decina di muniti era arrivato in cima.
Fece sicura per Giulia e, quando finalmente anche lei arrivò dov’era lui, Francesco si accorse davvero dove si trovava.
Come un fulmine in una notte all’apparenza tranquilla, la vista gli si aprì e il cuore fece altrettanto. Era come se gli esplodesse la testa e gli occhi uscissero fuori dalle orbite dalla gioia.
Attorno a lui, non c’era più alcun ostacolo, nessun limite verso la linea dell’orizzonte.
Si sedette su una piccola roccia, in quello che era il loro piccolo salotto di un paio di metri quadrati.
Forse era scomodo, oppure pericoloso, ma cosa importava?
Due piccole anime sulla punta di un dito roccioso, a più di tremila metri sopra il mare. Ecco cos’erano.
Sotto di loro, le nubi si rincorrevano, ruotavano, si fondevano e si disfacevano, in un ciclo senza tempo.
Loro stessi erano usciti dal tempo, per fermarsi dove il tempo contavo poco e si rivelava per quello che era: un’invenzione dell’essere umano, un patetico tentativo di rivendicare la propria presenza e dare dei limiti ai propri desideri e sogni.
Il silenzio era penetrante.
Entrava nelle orecchie e non usciva più; bombardava ogni fibra di Francesco di emozioni fortissime, con colori vivaci quanto quasi il blu del cielo sopra le loro testa, talmente azzurro che Francesco si aspettava si sciogliesse da un momento all’altro, nemmeno fosse vernice fresca sull’intonaco.
Attorno a loro, solo qualche uccello osava sfidare le altezze vertiginose delle montagne.
Giulia si sedette vicino a Francesco, e gli prese la mano.
Rimasero lì un minuto, un’ora, tutto un pomeriggio.
Sotto i loro piedi si stendeva un mondo caotico, frenetico. Denti acuminati sporgevano tra le bianche nubi.
Altre isole di pace, come la loro.
La natura attorno se ne stava apparentemente immobile, piena di vita, instancabile e invincibile.
Li zittiva con il suo silenzio, che sembrava essere la somma di tutti i rumori che potevano provenire da laggiù, in basso.
Il grigio della roccia lasciava spazio al verde chiaro dei prati, poi ai boschi di smeraldo e, infine, alle forme che si addolcivano nelle colline, si appiattivano nelle pianure, chilometri e chilometri d’innanzi a loro.
Non c’era nulla da dire mentre la sottile caligine delle nubi più alte artigliava le sassaie, o quando il fischio di una marmotta faceva eco al vento, e né Giulia né Francesco parlarono.
Di tanto in tanto, si udiva un mesto rombo di massi che scivolavano dai versanti interni delle cime più alte, invisibili ma imponenti: suoni primordiali, tributi di potenza.
In tanta immensa bellezza, i due ragazzi sentivano il cuore scoppiare, farsi grande per poter carpire, assaggiare anche solo per pochi attimi quello che li circondava.
Davanti, dietro di loro. alla loro destra e alla loro sinistra ogni filo d’erba, ogni foglia su un ramo di un albero frusciava, gemeva, sussurrava e parlava loro contemporaneamente con una lingua antica come le pietre sulle quali erano seduti.
E così per ogni prato, che aveva milioni di fili d’erba, e per ogni collina, che aveva migliaia di alberi con miliardi foglie.
L’aria si saturava di quei messaggi di vita, così maestosi eppure così impalpabili.
Alle loro orecchie arrivavano tutti quei suoni, così tanti e belli che solo il silenzio sapeva render loro giustizia, imprimendo a fuoco nell’animo di chi sapeva ascoltare emozioni uniche.
Ognuna di quelle note era come un piccolo fuoco acceso, baluginante e meraviglioso.
Erano in mezzo a miliardi di stelle che brillavano.
Giulia appoggiò il capo sulla spalla di Francesco.
Ora tutto era perfetto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...