Tracce – Racconto Concorso Luserna 2011


Dopo la soprprendente partecipazione al concorso di Luserna del 2010, sorprendente perché.. bhè poi vi spiego!, ho deciso di ritentare anche quest’anno. L’altranno ho vinto e, chissà, magari mi va bene anche questa volta! =)
Dicevamo sorprendente.. siamo sinceri: un concorso letterario e di poesia di Luserna San Giovanni, voi chi credereste che parteciperebbe? Due montanari, una pecora e… io. Ebbene, mi sono dovuto ricredere. Su tutti i partecipanti (ed erano veramente tanti, se non sbaglio più di 50 in tutto, ma forse minimizzo) ce n’erano in realtà solo 2 della Val Pellice. Due capite? Io e un’altra. Tutti gli altri venivano dalla Svizzera (la Svizzera!) dalla Francia (Garçons?? Tiè!) e da altre regioni d’Italia (se non sbaglio una veniva da Ravenna, ma non ne sono certo). Insomma, una piacevolissima sorpresa, che dà sicuramente più lustro e sfizio alla competizione. Rieccomi allora in prima linea con questo nuovo racconto più un altro ch epotete trovare, sempre qui in queste pagine, con il nome di “Note Vuote”. Mi hanno telefonato dicendomi di venire alla premiazione, questo 5 Febbraio. Dicono che ci sarà una bella sorpresa. Speriamo ^^.

Ora bando alle ciance e ciancio alle bande.
Eccovi il racconto.
-Rullo di tamburi (pernacchia)-

 

Tracce

Come un bruco dispettoso, il grosso autocarro blindato soffiò una nube di polvere sul volto di Amlina. Poi si allontanò, ridacchiando con quel suo verso rugginoso, come se la stesse prendendo in giro.
Amlina si strofinò gli occhi e aspettò che la polvere si posasse a terra. Fece due passi e si ritrovò in mezzo a un letto di sabbia che tagliava in due il suo villaggio: la strada.
Piena di buche, sassi e profondi solchi lasciati dai cingolati.
Per lei non esisteva niente di meglio per far passare il carretto di suo padre, il giorno del mercato.
Aveva sentito parlare delle autostrade: tappeti di pietra nera, sopra le quali centinaia e centinaia di mostri come quello che era appena passato davanti alla sua casa di fango si rincorrevano, si agitavano, sfilavano e sfrecciavano.
Doveva essere orribile. Chissà quanta polvere alzavano tutti insieme.
Altri due passi e raggiunse l’altro lato della strada. Si incamminò verso il pozzo, con il vaso per l’acqua in mano.
Il suo vestito grigio le sfiorava le caviglie mentre muoveva i piccoli piedi sulla terra dei suoi padri.
Amlina era una bambina strana.
Tanto per cominciare, andava tutti i giorni a prendere l’acqua da sola, senza mai farsi accompagnare; inoltre non aveva paura di osservare qualunque cosa, a lungo, tanto che a volte suo padre doveva dirle di essere meno sfrontata. Non era così che una donna si doveva comportare.
Una folata di vento le scompigliò i fini capelli scuri, e Amlina dovette chinare il capo per ripararsi dalla sabbia del deserto.
Passò di fianco all’ultima casa di fango prima del pozzo, ben sapendo degli abitanti che borbottavano astiosi vedendola passare.
Avrebbe dovuto essere accompagnata, dicevano, e nascondevano le proprie bambine e le loro mogli perché non prendessero il cattivo esempio.
Amlina però non ci faceva caso.
Finalmente il pozzo: un foro nella terra tra la sabbia che volava intorno.
C’era poca acqua quel giorno, e Amlina fece parecchia fatica a riempire il vaso che aveva portato con sé.
Dopo l’operazione si concedette un minuto per riposarsi e soddisfare quella voglia di guardarsi intorno che solo i bambini hanno.
C’erano due adulti che parlavano a una decina di metri da lei dietro un piccolo carretto vuoto, avvolti nelle loro vesti ingrigite dal deserto; un cane si aggirava con il naso attaccato a terra, fermandosi ogni tanto a masticare qualcosa trovato tra un pezzo di terra e un ciottolo.
A parte questo, nulla si muoveva.
Fu lì che il tenente McConnel la vide la prima volta.
Piccola e stanca, con i piedi sporchi per aver camminato su strade che non erano strade, cercando dell’acqua che non era dell’acqua. Mollemente appoggiata sul bordo di quel pozzo che sembrava un foruncolo del deserto.
Al tenente sembrava così innocente e fragile da non capire come potesse crescere in mezzo a tanta desolazione, tanta morte.
Sebbene fosse ad una distanza considerevole da lei e fosse fuori dal campo visivo della piccola, si sentiva quasi nudo, in imbarazzo con la divisa mimetica, l’MP5 a tracolla e l’elmetto in capo.
Lo spazio tra loro due era come attraversato da un filo magnetico e si sentiva squadrato da capo a piedi da quella piccola figura così forte e così debole allo stesso tempo, che sembrava poterlo vedere chiaramente, anche senza guardarlo.
Un elmetto, un fucile e una divisa alle spalle di una bambina. Il tenente si sentiva inadeguato.
Dal suo primo incarico in un villaggio aveva odiato la sabbia che si infilava tra i denti, nei capelli, negli occhi, che gli screpolava senza pietà le labbra e la pelle. Aveva odiato anche dover stare tra dei bambini con delle armi in bella mostra, cariche e pronte a dispensare la morte al minimo inconveniente, al minimo equivoco.
Ma non aveva mai provato niente del genere prima di allora, prima di incontrare quella bambina, che ancora non si era girata, ancora fissava i due uomini che parlavano e gesticolavano vicino al loro carretto.
McConnel sperava non si voltasse verso di lui.
Era sicuro che sul suo volto avrebbe potuto leggere la sofferenza di tutto un popolo, avrebbe potuto scorgere i suoi peccati.
Amlina si alzò, riprendendo il vaso colmo d’acqua.
McConnel iniziò a camminare con lei, lasciando i suoi compagni di squadra dietro la casa alle sue spalle.
Si aspettava che la bambina passasse tra le case, attraversasse la strada e entrasse in una abitazione qualsiasi, perciò si stupì molto nel vedere che volgeva i suoi piccoli passi a destra, ed entrava in un vicolo.
Il tenente la seguì senza farsi notare.
Amlina procedette sicura, mostrando di aver già percorso quella strada numerose volte. Dopo qualche minuto le case finirono e si ritrovò in campo aperto.
Davanti a lei, solo il deserto.
Nel cuore di Amlina si stemperò un sorriso che le arrivò fino alle labbra mentre puntava decisa verso una casupola più piccola delle altre, l’ultima a far parte del nucleo del villaggio.
Scostò un lenzuolo azzurro ed entrò.
McConnel si avvicinò silenzioso a una finestra dai contorni scrostati, senza il vetro, e sbirciò dentro.
L’interno della casa era sporco e angusto; in mezzo all’unica stanza stava un materasso sgualcito, in mezzo a un mare di lattine, pezzi di plastica e indumenti luridi.
Su quel materasso, un uomo anziano rantolava, sputando fuori dai polmoni la sabbia del deserto in brevi sussulti.
Amlina si avvicinò e sussurrò qualcosa che il soldato non comprese, poi versò un po’ d’acqua dal vaso a un pentolino che aveva raccolto per terra e lo porse al moribondo.
Mentre l’uomo beveva, la piccola trasse dalle pieghe del vestito un pezzo di pane e del formaggio e, mentre il vecchio si cibava con quelle poche briciole, lei gli lavò il capo e il torso, sempre con una parola dolce, con un sorriso o un gesto affettuoso.
Agli occhi del soldato sembrava quasi una presenza ultraterrena, un piccolo angelo dai vestiti laceri.
Si chiese se abitasse davvero in una di quelle case dai muri cadenti, dai pavimenti sporchi; se si tappasse le orecchie anche lei quando sentiva scoppiare le bombe, se avesse mai pianto per la morte di un amico, un parente, un vicino di casa.
O forse, si disse, quel piccolo corpo era soltanto un ricettacolo per uno spirito che non era legato a questo mondo.
Lo capiva dal modo in cui muoveva le mani, da come scivolava in punta di piedi senza lasciare traccia.
C’era poi quella sensazione che gli faceva venire la pelle d’oca: era come se la bambina sapesse che lui era lì, come se fosse conscia della sua inquietudine che filtrava attraverso l’aria e trovava ristoro nell’osservarla.
Il tenente non seppe quanto tempo fosse rimasto fuori dalla finestra, scomodo, osservando i gesti di pietà e d’amore di una bambina che da quando era nata aveva probabilmente visto più sofferenza di quanto fosse lecito vedere a un qualunque essere umano.
Il sole stava scendendo a toccare le dune, a Ovest, sciogliendo la sabbia in uno scuro color cenere, quando finalmente Amlina lasciò i muri ruvidi di quella casa.
Tutto quello che McConnel riusciva a fare era seguirla, guardandola fluttuare come un filo d’erba al vento.
Amlina si diresse fuori dal villaggio, verso il deserto.
Forse non voleva attraversare nuovamente le case, magari quella strada era più rapida, o forse voleva semplicemente rimanere sola mentre camminava sulla sua bellissima e deturpata terra.
Il tenente non poteva più seguirla senza dare nell’occhio e fece un unico passo, solo per guardarla allontanarsi.
Una piccola anima che si prendeva cura ogni giorno di un altro essere umano.
Nella terra del sangue e dell’irrazionalità, un gesto come quello acquisiva un’importanza oltre ogni significato.
Amlina ormai scompariva dietro a un grande cumulo di sabbia.
McConnell provò il desiderio di fermarla, toccarla, accertarsi che fosse vera, e i suoi piedi si mossero senza che lui lo volesse.
Il suo anfibio rimase impigliato in qualcosa di duro. Incuriosito abbassò lo sguardo e con il calcio del fucile scoprì dalla sabbia un filo metallico acuminato, che capì proseguire per un lungo perimetro oltre le case.
Un filo spinato dimenticato da molto tempo, che indicava la presenza di un solo tipo di pericolo.
Mine antiuomo.
McConnell non seppe mai se l’idea di trovarsi a pochi passi da un campo minato gli attraversò la mente prima o dopo che un boato scuotesse l’aria e la saturasse di sabbia.
Si schermò gli occhi con la mano.
Pezzi di terra cadevano a terra; dietro di lui, qualche volto spaventato uscì per metà dalle case.
Tutti videro danzare, sul vento leggero della sera, un sottile drappo grigio.
Una testimonianza, un simbolo gentile.
Amlina aveva trovato la strada più breve per tornare a casa.

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3 risposte a “Tracce – Racconto Concorso Luserna 2011

  1. Ieri solo un problema tecnologico mi ha impedito di commentare il tuo racconto. Sono arrivato qui per caso, ma complimenti, bel blog e soprattutto bel racconto. Reale, dolce e amaro allo stesso tempo e molto figurativo. Complimenti ancora!E, ovviamente complimenti anche per la vittoria del precedente concorso!
    Torna a trovarci sul nostro blog, fa sempre piacere ascoltare il parere di chi ha la tua stessa passione per la scrittura.

    Giacomo
    ultimafila22.wordpress.com

  2. Ho scoperto il tuo sito per caso, anch’io. Forse semplicemente perchè anche a me piace scrivere, da autodidatta.
    Trovo il tuo racconto semplice ma efficace nel descrivere una realtà devastante ancora da risolvere. Complimenti e continua così.

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