Come Non Hai Mai Guardato Prima


Parte I

Daniele aveva detestato fin dal primo istante l’idea di fare quel viaggio.
Se non fosse stato per suo padre, che l’aveva preso alla sprovvista quella sera di luglio, non sarebbe stato in quell’aeroporto, a quell’ora indecente del mattino, in mezzo alla calca di gente che attendeva la propria chiamata all’imbarco.
A che serviva viaggiare, quando poteva vedere ogni angolo del mondo dal computer di casa sua?
Troppo nervoso per stare seduto, volgeva lo sguardo sulle vetrate, sui muri, sui tabelloni, sulle mattonelle del pavimento.
Si sentiva forte come solo un diciottenne credeva di essere.
Più in alto di una spanna rispetto a tutti gli altri: così si vedeva in confronto a quell’accozzaglia di viaggiatori, chini sulle loro valigie, lo sguardo assente, neanche stessero aspettando un aereo diretto all’inferno.
L’annuncio della sua partenza gli balenava ancora davanti agli occhi.
Quattro giorni prima. Era rincasato per cena e subito si era accorto che qualcosa non andava. I suoi genitori non facevano che scambiarsi occhiate maliziose e complici ogni volta che apriva bocca.
Alla fine, con un gesto teatrale, suo padre aveva tirato fuori un biglietto d’aereo e il cuore di Daniele aveva avuto un tuffo.
Il tempo era volato, il giorno della partenza si era divorato i giorni che lo precedevano; aveva opposto una vana resistenza all’idea di partire per un paese che non conosceva neppure, che non aveva mai considerato come qualcosa di più che un sasso scagliato a caso in un freddo oceano sconosciuto.
Scuotendo la testa al ricordo di quella sera, si sedette su un sedile di plastica arancione. Davanti a lui una vetrata lasciava intravvedere l’alba e le sagome degli aerei, fermi come giocattoli a poche decine di metri da lui.
-Ricordami ancora perché lo devo fare- mormorò distrattamente più a se stesso che a qualcun altro
-Perché ti farà bene. È un occasione per vedere qualcos’altro che non sempre i palazzoni grigi della nostra città!-
Suo padre non era, al contrario di lui, quel che si suol dire un cittadino.
Non amava la città, la vita notturna, le luci e i locali che tanto piacevano al figlio. Lui era nato davvero una spanna sopra gli altri, in un paese incastrato tra due valli, ai piedi di montagne dalla cima bianca e lucente, brillante come un turbante di seta bianca di neve eterna..
Quando era piccolo, Daniele ascoltava infantilmente affascinato i suoi racconti di montagne invalicabili, di stambecchi e alberi imponenti, di profondi silenzi e rumorose emozioni.
Poi, anche lui aveva dovuto sottostare alle leggi del tempo, ed era cresciuto.
Aveva iniziato a conoscere la città, si era fatto degli amici e aveva iniziato a vivere in una realtà solida come le case tra le quali si muoveva ogni giorno.
Una realtà di cemento.
A Daniele, tuttavia, andava bene così e non avrebbe chiesto di meglio che passare l’estate con i suoi amici, nel caldo catramoso dei suoi palazzi.
Quel giorno, però, guardando fuori dal vetro che aveva di fronte non vedeva tetti, antenne e semafori.
Niente luci lampeggianti, motorini e musica ritmata.
Vedeva l’orizzonte, con la sua alba pallida e assonnata dove alcune nubi notturne, ritardatarie, erano state sorprese dai raggi di sole e, imbarazzate, si tingevano di rosa.
Era una bella vista, e Daniele ci avrebbe fatto caso se non fosse stato di cattivo umore.
Piano piano però, si perse in quelle sfumature ed iniziò a rilassarsi.
Fu la voce metallica dell’altoparlante a riportarlo alla realtà.
Il suo volo venne annunciato con la delicatezza di un sacco di cemento che cade al suolo e alcune persone si alzarono dai loro posti: un vecchio con una valigia di cuoio, una madre con tre bambini dai capelli color rosso fuoco e un uomo vestito in maniera ineccepibile, probabilmente in viaggio d’affari.
Daniele si alzò e prese la sua valigia, mentre suo padre già gli era di fianco.
Il ragazzo si portò una mano tra i mossi capelli castani, che si erano rifiutati di obbedire alla dittatura del pettine poche ore prima. Le dita lunghe e sottili aggiustarono la presa sul bagaglio.
Guardò ancora una volta verso le piste e il vetro gli trasmise per metà l’immagine di un volto sottile attorno a due occhi verde scuro, duri e fissi.
-Partire o non partire? Partire per il solo gusto di partire, oppure rimanere senza partire desiderando partire? Tanto vale partire!- mormorò suo padre tutto d’un colpo.
-Che cosa?- fece confuso Daniele, strappato dalla linea dei suoi pensieri.
-Oh nulla, è soltanto una frase che ci dicevamo quando eravamo giovani. So che ti fa strano, ma sono stato giovane anche io. Anche se non me lo ricordo bene. Sarà la vecchiaia!-
Daniele non disse nulla e si limitò a stringere più forte la valigia.
Gli sembrava che dei fili invisibili ai quali non poteva opporsi lo trascinassero insieme agli altri passeggeri
Si accodarono all’imbarco numero tredici, insieme a una decina di altre persone.
Nella fila c’erano anche il vecchio, la madre con i tre bambini e l’uomo d’affari.
Quando mancarono solo più un paio di persone davanti a loro, Daniele sentì suo padre dire: -So che questo viaggio non ti va a genio, Daniele. Credimi, non farei mai nulla per farti un dispiacere. Ma c’è una cosa che devi assolutamente evitare. Di arrivare alla mia età, e renderti conto di non aver mai avuto le esperienze che desideravi. Qualunque cosa tu voglia diventare, non lasciare i tuoi sogni su una cartolina o in un desiderio, vai tu da loro- lo guardò fisso negli occhi e sorrise -Adesso va’ e divertiti!-.
Gli diede una pacca sulla spalla e poi una spinta verso il gate, e non smise di sorridergli fino a quando la gentile signorina del controllo biglietti non l’ebbe fatto entrare nel corridoio sospeso che portava all’aereo.
Daniele e la sua valigia scomparvero dentro il tunnel che portava al boccaporto.
Le altre persone, in coda dietro il padre, sciamarono attorno alla sua figura immobile, e il suo sorriso si sciolse, come diluito e strappato via dal movimento degli altri passeggeri, facendolo scomparire come una foglia in un rapido fiume.
Allora si girò e diede le spalle a suo figlio e al cancello, sul quale stava scritto a caratteri digitali e arancioni: “13 – Dublin Airport”.

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