La Sera


Quel giorno aprii la finestra, come sempre.

Faceva molto caldo quella sera e un po’ d’aria fresca mi fece bene.

Fuori, sotto il mio naso e davanti ai miei occhi, i condomini, i palazzi, i viali alberati, si scontravano contro gli ultimi raggi di sole che accarezzavano i cornicioni e davano un saluto affettuoso ai muri intonacati, sporcandoli di ombre scure.

Sembrava di assistere al saluto di un innamorato che lascia la sua bella solo per poche ore, che per lui saranno però interminabili e nere.

In lontananza Superga mandava un fioco bagliore.

Il Sole si era arreso e aveva lasciato Torino, nonostante le preghiere delle nuvole, rosse dal dispiacere.

La sera diventava notte rapidamente e le luci si accendevano: una coppia di lampioni là, a destra, sotto il porticato; le finestre della casa di fronte; le luci sui portoni all’inizio del corso.

L’aria si era fatta diversa. Era sempre così, la sera.

Diventava greve, carica di aspettative.

Era come se tutte le persone aprissero ognuna un ripostiglio segreto, una bottiglia, un cassetto, dove avevano riposto le sensazioni più sfuggevoli e brevi, e ora le riversassero per le strade, inebrianti e lussuriose, vane e aggressive.

A quel richiamo opponevo emozioni contrastanti.

Tenevo dentro di me quella sensazione da moltissimo tempo, ma solo in quel momento seppi spiegarmi il perché di quel tramestio.

Non mi sentivo parte di tutto quello che avevo davanti.

Non che non ne sentissi l’invito, beninteso, o che mi reputassi lavato di ogni colpa.

La città mi chiamava, mi allettava con promesse, scenari di luce, bicchieri scintillanti e panorami seducenti.

Ma dentro di me sentivo di non essere fatto per quello. Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, nonostante, dovevo ammetterlo, fosse meraviglioso trovarsi in mezzo allo sciabordio della vita.

Perché quella non era altro che vita! Vita!

Una parola così corta come poteva racchiudere un’enormità così incomprensibile di sensazioni, sfumature, colori? Un mistero!

Sentivo che dentro di me non vi era la predisposizione per quel mondo che la vista mi stendeva davanti: né per i bar, né per la lotta, né per l’aggressività che domina ogni anfratto della nostra carriera.

Era come se un cucciolo, piccolo e affamato tanto da non riuscirsi quasi a muovere, vedesse un bambino offrirgli un biscotto. Glielo sventola crudelmente davanti al naso fino a al momento in cui, quando il cagnolino finalmente è convinto di aver guadagnato quella leccornia tanto da sentirne il sapore sulla lingua rosea, il bambino ritira la mano ben nutrita e si mette in bocca il dolce, con un sorriso pieno di soddisfazione, masticandolo a bocca aperta dinnanzi al muso del piccolo.

La città mi sembrava ridesse con i suoi denti pieni di finestre gialle e masticasse persone, macchine, bus, tram, alcool, fumo di sigaretta, musica, luci soffuse o abbaglianti, lampi di macchine fotografiche, in un unico bolo umano.

Era come se mostrasse qualcosa che in cuor mio sapevo che, forse, non avrei mai avuto, almeno finché fossi rimasto me stesso.

Ero forse un cane che mordeva la mano che gli dava da mangiare, invece?

Intanto era già venuto buio, e faceva freddo.

Le stelle brillavano su tutto.

Un angolo, un remoto angolo di me era sempre chiuso in se stesso, dentro me stesso.

Ero un sognatore anche io? Costruivo sogni sulla realtà forse? Più li costruivo e più i successivi erano fragili?

Mi sembrava di essere nato nel momento sbagliato: un’anima che cammina su una Terra che non riconosce e che quando trova qualche spirito affine rimane talmente scombussolata da perdersi nelle sue orme.

Ero inadatto alla vita dunque? A quella vita?

Ecco di nuovo che ritornava quella parola.

Ah, ma perché nessuno ha pensato mai di scrivere un’equazione per risolvere tutte le domande che la vita pone? Forse perché sarebbe impossibile, perché sarebbe un abominio? Di sicuro non avrei voluto essere presente il giorno in cui fosse stata inventata “l’equazione della bellezza”.

Ponevo spesso a me stesso domande senza alcuna logica, su possibilità impossibili e realtà improbabili. Mi cullavo nelle illusioni di un me diverso, adatto alle cose attorno a lui.

Vedevo ogni sforzo essere vano e mi rammaricavo della mia incapacità di essere spensierato, felice e basta. Se ero nei miei sogni che importanza aveva la vita degli altri? Ma era proprio l’incapacità a vivere una vita come quella degli altri ad obbligarmi a sognare?

Ah, che giro di parole inutile!

Vivere, vivere e basta! Forse la dea dei sogni aveva già tracciato con ricami dorati la mia vita, fatta di inebrianti bellezze e profondissimi abissi.

Buttarsi in un campo e guardare le stelle, suonare la chitarra sulla spiaggia, baciare una ragazza dalle labbra che sanno di ciliegia mentre nei suoi occhi brillano mille soli di Maggio.

Non sarei riuscito ad esprimere nemmeno metà di quello che provavo: dalla voglia di vivere come tutti a quella di vivere come nessuno prima d’allora!

Era come essere indefinito, pur sentendosi più definiti.

Ma come avrei potuto far capire il sogno di una sera, il pensiero che mi accompagnava ad ogni passo?

Mi sentivo diverso. Senza immodestia alcuna. Tutti siamo diversi e io mi sentivo diverso non dagli altri nella loro singolarità, ma dagli altri nel loro insieme.

Come se stessi aspettando una conferma che non arrivava mai.

Un sorriso, una parola che forse si era persa per strada. Che facesse andare le cose come era giusto che andassero.

Torino continuava a inghiottire musica e vita, vorticando su un milione di persone.

Non troviamo altre risposte che negli altri, aveva mormorato qualcuno.

Chiusi la finestra. Aprii gli occhi e uscii dal mio sogno.

Non mi ero mai sentito così solo.

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