Come Non Hai Mai Guardato Prima – Parte II


Parte II
 

 

Daniele si accorse che l’aereo stava per atterrare per due motivi.
Il primo era che sentiva una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco.
Il secondo fu che, con un rumore un po’ inquietante, la spia che richiedeva l’allacciamento delle cinture si accese di un rosso sbiadito.
Una voce inglese diede istruzioni sull’atterraggio e li informò di essere quasi giunti in aeroporto. Lo stesso messaggio fu ripetuto in una lingua che Daniele non capì, ma che credeva fosse irlandese.
Gettò uno sguardo dal finestrino ma non vide altro che nubi grigie e basse, mentre gocce di pioggia velavano il piccolo vetro dell’aereo.
L’aeroporto era piccolo, in confronto a quello dal quale era partito.
Poi, il motore si spense e tutti si alzarono.
Daniele prese il suo zaino e si avviò fuori dall’apparecchio, attraverso un tunnel sospeso del tutto uguale a quello tramite il quale era passato per partire.
Ebbe come la sensazione di aver fatto un lungo giro in tondo, e di essere tornato a casa.
Quando però arrivò alla fine del tunnel e trovò una scala mobile ad attenderlo, l’illusione cessò.
Recuperò la sua valigia sul nastro trasportatore e si avviò verso l’uscita.
Quando arrivò nell’atrio dell’aeroporto, Daniele si strinse nella giacca scura cercando un po’ di calore.
C’erano parecchie persone con in mano dei cartelli scritti in molte lingue, recanti nomi e luoghi che lui non conosceva.
L’occhio gli cadde su una scritta alla sua destra, che però si trovava su un muro.
Una scritta qualsiasi, che in un altro aeroporto non avrebbe attirato la sua attenzione.
In nero, sul muro grigiastro, c’era una frase in rilievo che riportava:

“Welcome to Dublin Airport”

Non fu il suo significato, ma il modo in cui era scritto ad attirare l’attenzione di Daniele.
Le lettere erano leggermente storte, tondeggianti, morbide e confortevoli, ma anche imperiose e serie. Era lo stesso stile di scrittura, Daniele se ne era accorto, degli antichi testi e delle antiche scritte di tempi perduti che aveva visto in tanti libri.
Leggerle lì, in un posto così moderno, era spiazzante. Gli diede la sensazione di essere arrivato in un altro mondo, dove esistevano regole inesistenti negli altri paesi, e dove le fiabe e le leggende facevano parte dell’ordinario piuttosto che dello straordinario.
Aveva appena varcato un confine invisibile tra due realtà diverse.
A consolidare quel pensiero era scritto pochi centimetri più in basso sempre con lo stesso carattere e distaccato dalla scritta inglese da dei triangoli intrecciati, composti da diversi fili neri in rilievo che ripetevano la stessa trama all’infinito:

“Fàilte cuig aerfoirt Bhàile àtha cliath”

Irlandese, senza dubbio.
Daniele rimase qualche secondo lì, ad assaporare quella strana sensazione di essere entrato in una terra completamente diversa e antica, e il fastidio del viaggio sbollì lentamente.
Si risvegliò da quel momento di stupefatta contemplazione quanto sentì pronunciare il suo nome in italiano e percepì una mano che gli toccava la spalla destra.
Si voltò e vide un uomo, di poco più alto di lui, dai lunghi capelli biondi che gli arrivavano fino alle spalle. Aveva baffi sottili, sotto i quali faceva capolino un sorriso genuino.
I suoi occhi erano glauchi e con una mano si stringeva il cappotto marrone all’altezza del bavero.
-Sei Daniele, giusto?-
Parlava italiano con un accento spigoloso che Daniele dedusse probabilmente essere quello irlandese.
-Sì, sono io-
-Mi chiamo Doran. Tuo padre mi ha incaricato di venirti a prendere, te l’ha detto non è vero?-
Attorno a loro, viaggiatori frettolosi disegnavano i contorni della loro conversazione.
Daniele cambiò presa sulla valigia.
-Sì, me l’ha detto-
Il padre di Daniele effettivamente aveva detto che un suo amico sarebbe stato lì a prenderlo e lui non ebbe difficoltà a riconoscere in quell’uomo la persona che compariva in tante fotografie che il padre gli aveva mostrato prima di partire: gli aveva fatto vedere i suoi amici irlandesi perché lui li riconoscesse una volta all’aeroporto. Anche se non si ricordava tutti i nomi, quell’uomo era inconfondibile.
-Mi ha parlato molto di te; dice che vi conoscevate da anni e che facevate parte di un gruppo di amici inseparabili-
Doran sorrise.
-Sì, in effetti hai ragione! Tuo padre ed io ci siamo conosciuti la prima volta che lui è venuto in Irlanda. Vi assomigliate molto – aggiunse guardandolo – ma mi ha anche detto che non sei partito volentieri dalla tua amata confusione cittadina-.
Mentre parlavano, lentamente si incamminarono verso l’uscita dall’aeroporto. Una volta giunti all’aperto, Daniele di stupì di come il clima non fosse eccessivamente freddo come aveva temuto, anche se il cielo era coperto e il tempo era molto brutto.
-Oggi il tempo si mantiene! E’ una fortuna- esclamò Doran.
-In Italia non è proprio così, il bel tempo. Lì c’è una cosa chiamata sole ogni tanto- rispose acre Daniele.
-Sai, anche l’umidità fa bene: alle piante, alla natura…-
-Ai turisti contenti di corrodersi le ossa, certo- concluse Daniele. -E dimmi- aggiunse -l’acqua corrente l’avete, oppure la stillate dalle foglie? Magari tutto è come quei tombini? – ne indico alcuni a pochi metri da loro: erano colmi d’acqua e ogni tanto qualche bolla saliva in superficie -Da dove vengo io almeno quelli funzionano-.
Daniele storse la bocca, come faceva sempre quando era in vena di sputare veleno.
Doran, invece, lo guardò sornione.
-Mi chiedo come abbia fatto tuo padre per convincerti a venire qui: non dev’essere stato facile-.
Daniele guardò il cielo: -In effetti non mi ha convinto per niente, mi ha praticamente obbligato. Sinceramente avrei preferito rimanere a casa mia, a passare l’estate con i miei amici. Non avevo alcuna voglia di muovermi-.
Doran sorrise sotto i baffi: -Sembra quasi un supplizio. Non ti piace dunque nemmeno un po’ l’Irlanda?-
-E cosa dovrebbe piacermi di questo posto?- rispose il ragazzo con tono sprezzante, anche se la sua mente riandava continuamente alla scritta di benvenuto dell’aeroporto, e alle sensazioni che aveva provato -Gli alberi? L’umidità? O magari il fatto che piove praticamente sempre? Niente amici, niente spiagge, non conosco un locale… Mio padre ha fatto proprio una bella mossa a mandarmi qui, in mezzo a tutto questo schifo-.
Contrariamente a quel che si aspettava Daniele, Doran scoppiò a ridere di gusto; era una risata sincera, che faceva ondeggiare i suoi capelli chiari. Quando raggiunsero la macchina bianca parcheggiata a un tiro di sasso dall’aeroporto, stava ancora ridacchiando.
Daniele iniziò ad esserne infastidito.
-Si può sapere che cosa c’è di così divertente? Sono qui contro ogni mia volontà, condannato alla noia e al maltempo. Lo odio già, come odio questo posto!-
Salirono in auto e Daniele prese posto nel lato vicino al guidatore, anche se la prima volta sbagliò perché provò a salire a destra.
Doran accese la macchina. Non rideva più.
-E’ per questo che sono qui. Proprio perché ti fa così schifo. Vedrai, chi se ne va dall’Irlanda non è mai la stessa persona che ci è entrata. Ti rimane sempre qualcosa aggrappato dentro-.
Daniele sbuffò, irriverente.
-Qualcosa aggrappato dentro, certo: i reumatismi- disse.
Doran rise, poi imboccò la strada che usciva dall’aeroporto e si infilò nel traffico.

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2 risposte a “Come Non Hai Mai Guardato Prima – Parte II

  1. Grazie per questo racconto che suggerisce ed evoca la bellezza dell’ arrampicata, che forse al pari dell’ andare in barca a vela ,fa sentire la potenza delle forze della mente e dello spirito che si tendono a far da ponte tra la mortalità del corpo e l’ eternita del mondo. molto belli i tuoi scritti ! ivana

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