Pin


Aveva quattordici anni e stava per morire.
Lo aveva capito quando l’uomo in bianco dalle mani senza odore aveva scosso la testa.
In verità sapeva da tempo che stava arrivando il momento del vuoto.
Si sentiva come legato a un elastico che lo trascinava penosamente verso una piccola porta buia.
Poteva impuntarsi, lottare, ma alla fine avrebbe ceduto, perché la conclusione era chiara come la giornata nella quale si stava svegliando.
Respirò a fondo, inalando l’odore dell’erba, delle formiche, dei fiori che si aprivano, dello scarico del fuoristrada passato trecento metri più in là.
Come ogni mattina cercò di annusare il profumo dei raggi del sole, senza riuscirci.
Erano chiari e diritti, eppure non avevano alcun odore.
Un vero mistero.
Tornò sui suoi passi, a testa bassa.
Si stese nell’erba e lasciò che il suo tempo passasse.

*

Erano le quattordici e Andrea stava facendo girare la chiave nella toppa.
Dentro, ad aspettarlo, gli odori familiari di casa sua.
Entrando, colse il proprio riflesso nel piccolo specchio tondo sul muro: un ragazzo travestito da uomo, con dei capelli neri che probabilmente otto ore prima erano stati pettinati.
Andrea posò la propria valigetta e si slacciò tre bottoni della camicia con una stanchezza quasi calcolata.
Per fortuna ora arrivava uno dei momenti più piacevoli della giornata.
Si spostò guidato dall’abitudine verso la porta a vetri della cucina ed uscì in giardino.
Il freddo lo aggredì nuovamente, ma questa volta l’assalto fu quasi piacevole, come un familiare che ti accoglie con rude bonarietà.
Poi la carica di una macchia marrone chiaro con una coda mulinante e due occhi neri come la notte e caldi d’amore.
Andrea gli afferrò il muso tra le mani.
-Ciao bestia..- sussurrò nelle orecchie pelose, grandi quanto i suoi palmi.
Con le dita gli grattò dietro le testa e il cane chiuse gli occhi, beato.
Pin entrò dentro casa facendosi strada fino in salotto e si accomodò regalmente sul tappeto, la lingua a penzoloni che sembrava dover cadere a terra da un momento all’altro.
Camminare fino a lì lo aveva già stancato.
Andrea chiuse fuori il freddo, mise i piedi nelle ciabatte e si avvicinò alla scrivania sotto al finestrone nella sala del piano terra, l’unico di casa sua.
Il lavoro lo aspettava, ma il respiro di Pin gli avrebbe ricordato che c’era altro oltre ai documenti sui quali doveva chinare il capo.
Si sedette sulla sedia.
Pin appoggiò il muso sul suo piede e lui iniziò a scrivere.

*

Aveva quattordici anni e non era mai stato più felice.
Era steso sul pavimento con il suo nuovo regalo che gli annusava tutto contento la faccia.
Due occhi vispi osservavano dappertutto; un nasino umido e caldo si ficcava in ogni angolo.
Un cane, tutto per lui!
Lo guardò mentre saltava sul tappeto, girava in tondo sul pavimento chiaro, correva scompostamente verso le scale, faceva un gradino e poi scendeva, la coda troppo ingombrante che sembrava sbattere ovunque andasse.
Era tutto uno scalpiccio, un annusare, un leccare.
Andrea incrociò le gambe e lo chiamò.
Pin si avvicinò, nella maniera scoordinata tipica dei cuccioli. Si accoccolò con la testa sul ginocchio del ragazzino, diede qualche scodinzolata e si addormentò.

*

-Ci dispiace moltissimo-.
Erano state le ultime parole prima di cadere nel vuoto.
Che cazzo gliene fregava che il medico si dispiacesse?
Non era lui ad aver camminato tutta la vita su un maledetto pontile, che piovesse o tirasse vento.
E adesso che suo padre non c’era più, proprio il vento non sapeva accarezzarlo come faceva lui quando era bambino.
Rispetto dei protocolli di sicurezza. Lo straordinario per portare i figli in vacanza.
Morti bianche. Imbragature inadeguate. Lavoro. Sicurezza. Protocolli.
Rispetto.
Suo padre era diventato un numero da mettere in bocca ai giornalisti, gli stessi che contavano i morti come i bambini contano i passaggi a livello durante un viaggio in treno e poi subito si stancano.
L’unica cosa che contava invece per il padrone dell’azienda era dimenticare e far dimenticare.
Suo padre, che lo portava ai giardini per imparare ad andare in bicicletta, che non aveva mai mancato di rispetto a nessuno e che si guadagnava la dignità come il pane.
-Lui aveva cento volte la vostra dignità!- aveva urlato contro la pioggia, contro i dirigenti che scansavano la stampa, contro tutti -Non sapete un cazzo di quel che vuol dire lavorare! Voi mi fate schifo!-.
Pin non aveva lasciato la camera di Andrea per settimane.
Ogni tanto lui prendeva un biscotto accanto al letto e lo affidava alle cure del cane, lasciandosi dare una leccata affettuosa.
Fuori, i vetri piangevano di pioggia per una casa con le luci accese attorno a un vuoto.

*

Lei si chiamava Annalisa.
Non aveva i fianchi da modella ma possedeva un sorriso forte, di quelli che ti accendono.
E due occhi che potevano scriverti nell’anima parole indelebili.
La mattina in cui si conobbero, Pin era scappato, sgattaiolato fuori dal cancello nella fresca mattina primaverile, come se qualcuno lo avesse chiamato.
Andrea non dovette cercarlo a lungo: Pin era steso beatamente a pancia all’aria, mentre una ragazza dai folti capelli castani gli grattava la pancia.
Quando Andrea arrivò, in principio aveva intenzione di porgere le sue scuse e riportare il cane in tutta fretta a casa, e saltare in macchina verso il lavoro.
Poi la guardò negli occhi, e le parole gli morirono in gola, strozzate, prima che potessero emettere il loro primo respiro.
Sentì nello stomaco una curiosa sensazione, come quando si scende velocemente lungo una discesa ripida.
Era così bella che sembrava rubargli il respiro.
Lei, da dentro il vestito leggero color verde scuro, disse nella maniera più naturale del mondo: -Hai un bellissimo cane-.
-Grazie..-
-Forse però è il caso di riportarlo dentro: con tutte le macchine che girano- sorrise lei.
Andrea si chinò con un “Sì” a mezza voce, cercando inutilmente il collare nero di Pin in mezzo al pelo folto.
Lei si chinò.
-Aspetta, lascia fare a me-.
Andrea notò quanto chiara fosse la sua pelle, dove il collo si fondeva con la spalla scoperta.
Quando si muoveva, anche l’aria era più fresca.
-Ecco fatto- disse lei agganciando il guinzaglio al collare.
Sorrise.
-Allora arrivederci-
-Arrivederci..- fu tutto ciò che fu in grado di dire Andrea.
Lei si voltò e iniziò ad allontanarsi.
Andrea pensò al suo lavoro, alla giornata che lo aspettava.
Non rimpianse mai il lampo di coraggio che gli permise di rincorrerla.
Quella giornata la passò nel suo bar preferito, in compagnia della sua futura moglie. Fuori dai vetri lucidi e trasparenti il mondo invecchiava mentre loro si sorridevano, giovani e innamorati.
Pin venne ricompensato generosamente con diversi biscotti.

*

Andrea smise di scrivere quando sentì la pressione di Pin sulla gamba.
Capì subito che qualcosa non andava: il cane aveva il respiro pesante, con un sibilo alla fine.
Si mise a gambe conserte sul tappeto e lo strinse a sé.
Pin sapeva benissimo di essere arrivato alla fine del suo viaggio. Era felice.
Andrea lo guardò negli occhi, per fargli capire il cane formidabile che era stato.
Non ci fu bisogno di parlare.
Pin si allungò per dare a un ragazzino quattordicenne un’ultima timida leccata sulla guancia.
Poi la sua testa ricadde, e un raggio di sole chiaro e diritto lo illuminò.
Pin lo annusò.
Sapeva di biscotto.

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Claudia


Claudia viveva un po’ tutti i giorni e un po’ tutti i giorni moriva.
A volte non si ricordava di essersi già lavata i denti prima di dormire, oppure si trovava a voler accendere a tutti i costi la televisione con il cellulare.
Spesso si sorprendeva a vagare sul parquet di casa senza meta e una volta le era capitato di cercare di riempire d’acqua, per cena, lo scolapasta.
La sera prima aveva dato due volte da mangiare al gatto.
Durante l’intreccio complesso della giornata, Claudia sapeva quali erano i momenti migliori e, senza dubbio, i momenti peggiori.
Quando la sera si fermava a guardare fuori dai vetri, che la separavano dal tramonto con due strati di liscia indifferenza, si rendeva conto che quello era il momento peggiore.
Non c’era un inizio o una fine dei pensieri: i dubbi e le mezze verità stridevano tra loro creando un gran frastuono, coperto solo dal ritmico rombo degli aerei che passavano sopra il tetto.
Si sentiva piccola, incapace di strappare quella camicia di forza invisibile che le avviluppava la schiena. Pensava a tutto quello che le mancava, a tutto quello che non si sentiva di essere; sentiva una bestia impazzita strapparle brandelli di carne dal cuore.
Claudia puntò un po’ di smeraldo nel bianco del soffitto e le pupille si restrinsero.
Si versò un po’ di succo d’arancia nel bicchiere ma, quando fece per berlo, si accorse che il bicchiere era vuoto: aveva lasciato un’altra volta il tappo sulla bottiglia.
Si appoggiò allo schienale, guardando le foto appese a un filo con delle mollette; in mezzo ai sorrisi, tra lo stereo e le coperte piegate, c’era anche lei.
Il mondo era diventato all’improvviso un gigantesco turbinio di colori e odori, che puntavano tutti verso lo stesso punto.
Si sentì invadere da quella sensazione di amara euforia, di ruvida tristezza. Felice e triste allo stesso tempo; perché le pareva di voler camminare sull’acqua e le sembrava di star galleggiando nella polvere.
Claudia non guardava veramente il viso di nessuno, perché ne aveva in mente in uno solo.
Claudia si sentiva come una bambina che voleva toccare le nuvole.
Claudia si sentiva piena di forza e senza speranza.
Claudia era innamorata.

Come non hai mai guardato prima – Parte III


  Parte III
 

“Dublino è un labirinto”.
A Daniele venne in mente le celebre frase di James Joyce mentre Doran girovagava in macchina verso l’alloggio che suo padre aveva affittato per il suo soggiorno.
Le strade erano tanto asfaltate quanto lastricate di mattonelle di varia misura e forma.
Ora che si trovavano ancora in periferia, l’aspetto delle vie era alquanto squallido: le case avevano muri scrostati e c’erano mucchi di spazzatura nascosti dietro i cassonetti agli angoli delle strade.
Daniele storse la bocca per esprimere la sua indignazione, ma non disse nulla.
Dopo pochi minuti, però, il paesaggio cambiò radicalmente.
Sui lati delle strade, le abitazioni stavano ordinate, in fila. Erano di vari colori e passavano dal rosso mattone al giallo ocra fino ad un bianco un po’ sporco. Erano molto belle: la maggior parte avevano dei rampicanti, come edera e altre piante, che ricoprivano le parti più basse dei muri; erano costruite in mattone rosso e avevano tutte delle porte a riquadri dipinte di colori molto vivaci.
Mano a mano che si erano allontanati dall’aeroporto, la densità di popolazione era cresciuta e in pochi minuti erano entrati nel cuore della città.
Non era raro venire accostati da carrozze turistiche trainate da una coppia di cavalli, o sentire, di tanto in tanto, levarsi nell’aria il suono di tin whistle, che zufolava qualche melodia tradizionale irlandese.
Spesso questi suoni provenivano da dei piccoli gruppi di uomini e donne che suonavano, seduti sui marciapiedi o su delle sedie, fuori da locali o dalle loro case.
Il panorama era cambiato in fretta: alla tonalità grigia della periferia era subentrata una tonalità più moderna, che tuttavia non soffocava i piccoli parchi e gli alberi che si aprivano dietro ogni angolo ed ogni incrocio.
Daniele tuttavia non vide molte di queste cose: né le case con i bei giardini di Shanowen Park e Shanowen Road , né la tranquillità di Glasnevin Avenue, o i prati di Ballyboggan Road, accanto alla quale si adagia il Tolka Valley Park.
Il suo sguardo era tutto rivolto alla cartina di Dublino che si era portato da casa.
Era certo che si sarebbe perso almeno un paio di volte, dunque preferiva avere perlomeno una carta della città a portata di mano.
Notò che Dublino era posta alla foce di un fiume, il Liffey. Il porto principale era esattamente al centro della Baia di Dublino, anche se una buona parte di esso stava a qualche chilometro più a Nord-Est.
Le case e le strade non erano disposte con un ordine apparente, o almeno non quello a cui Daniele era abituato.
Se avesse dovuto paragonarla a una forma geometrica, avrebbe detto che Dublino era una sfera, o una circonferenza: le vie sembravano disposte a raggiera, a formare cerchi che delimitavano i quartieri, soprattutto appena al di fuori del centro della città.
L’arteria stradale più imponente era piuttosto distante dal centro, e creava una specie di circonferenza che andava dall’aeroporto fino alla fine della baia e che dava la sensazione di essere un grande muro difensivo che cullava teneramente l’intera città, sebbene ne tagliasse fuori un pezzo, per l’esattezza la parte che la cartina chiamava South Dublin.
Solo quando la macchina si fermò, Daniele alzò lo sguardo.
Erano arrivati in una via stretta, affiancata da molte case basse e dal tetto caratteristicamente a punta. I loro colori erano per lo più scuri e la tinta dei tetti si fondeva con il cielo grigio. Il viale era deserto e si respirava ossigeno misto a tranquillità.
Ogni casa aveva una piccola staccionata o muretto che la divideva dal marciapiede e dalla strada.
Doran fermò la macchina davanti a un cancello, che nascondeva una casa a due piani.
Scesero e scaricarono la valigia di Daniele.
Il numero sopra il campanello era il ventidue e l’indirizzo coincideva con quello che suo padre gli aveva detto.
Un piccolo sentiero di ghiaia si srotolava tra loro e l’ingresso alla casa, affiancato da due ali di erba verde e corta.
I due aprirono la porta di legno scuro e entrarono nell’abitazione.
Doran si affrettò ad aprire le persiane e le finestre per far entrare la poca luce che filtrava tra le nubi.
-Dammi pure la tua valigia, la porto nella tua camera- disse a Daniele, che subito fece come gli veniva detto.
Il primo pensiero che Daniele ebbe su quello spazio, fu che gli piaceva.
L’ingresso, ora che Daniele lo vedeva bene, finiva dopo un metro, dove c’erano un appendiabiti e una piccola scarpiera, e dava in una sala piuttosto grande, rialzata di due gradini, con al centro un tavolo rettangolare e quattro sedie.
La luce entrava da una grande vetrata lievemente socchiusa, che occupava quasi tutta la parete davanti a lui, in fondo alla stanza; i riflessi di quel pallido sole rimbalzavano sul pavimento di legno lucido e ramato.
Sulla destra si aprivano due porte, intervallate da un grande camino incassato nella parete, che sembrava non essere stato usato da un bel po’ di tempo.
Un divano stava davanti alla vetrata, rivolto verso il centro della stanza. Il muro alla sinistra di Daniele teneva in piedi una grande biblioteca, perlopiù vuota, e aveva una porta nell’angolo in cui si incontrava con la vetrata.
Daniele fece un giro all’interno della stanza. C’erano un paio di piante dietro al divano e vicino all’ingresso e dalla vetrata si vedeva una parte di giardino, che finiva in una siepe alta più di lui e di un colore verde scuro, fittissima, che nascondeva la proprietà accanto a quella di Doran.
-Il bagno è quella porta a destra, la porta a sinistra invece è la cucina-
Doran era sbucato dietro di lui e gli stava indicando il muro con il camino. Daniele lo seguì e l’irlandese aggiunse: -Come vedi, tra la sala e la cucina c’è un piccolo corridoio e in mezzo al corridoio c’è questa scala a chiocciola- indicò una scala a chiocciola in ottone che saliva al piano superiore, bucando il soffitto . A Daniele ricordò un cavatappi che entrava nel sughero. -Porta all’appartamento superiore, nel quale vivo io. Se avrai mai bisogno di me, questa cordicella – indicò una corda bianca che pendeva dal soffitto -fa suonare una campanello. Spesso chiudo la porta a chiave sopra, quindi prima di salire suona, ricordatene-.
Daniele annuì.
-Questo è il tuo spazio, quello di sopra il mio. Sono sicuro non ci saranno problemi, comunque se avrai qualcosa da chiedere chiama pure- disse ancora l’irlandese, indicando ancora la cordicella.
A Daniele andava benissimo, preferiva stare da solo e non condividere il suo alloggio con nessuno.
Doran si congedò, dicendo che andava a sistemare alcune faccende di sopra, e salì la scala a chiocciola.
Daniele ne approfittò per vedere la camera da letto, dalla parte opposta al bagno e alla cucina.
Entrando fu assalito dall’odore di erba che entrava dalla finestra aperta, che dava sullo stesso giardino che aveva visto dalla vetrata della sala.
Era piccola, ma abbastanza confortevole: il letto aveva un materasso grande e soffice e vi erano anche un armadio nel quale ripose i suoi vestiti e un piccolo comodino con una lampada elettrica.
Il muro aveva una tonalità verde molto gradevole, che si fondeva con il marrone chiaro delle assi del pavimento.
Prese il cellulare dalla tasca e chiamò il padre. Gli raccontò del viaggio e di Doran e gli disse che andava tutto bene per il momento, ricevendo conferma dell’identità di Doran dal padre. Non si dimenticò di lamentarsi per l’umidità.
Terminata la chiamata si sedette sul bordo del letto e si rilassò.
Fu in quel momento che Daniele si scoprì molto stanco. Il peso del viaggio iniziava a farsi sentire e lo assalì il desiderio di dormire.
Dopo essersi assicurato che la porta fosse accostata, si stese sul letto che -il ragazzo lo constatò con assonnata sorpresa- era tiepido
Si girò verso la finestra, sprofondò nel cuscino che sapeva di pulito e si addormentò vestito.

Come Non Hai Mai Guardato Prima – Parte II


Parte II
 

 

Daniele si accorse che l’aereo stava per atterrare per due motivi.
Il primo era che sentiva una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco.
Il secondo fu che, con un rumore un po’ inquietante, la spia che richiedeva l’allacciamento delle cinture si accese di un rosso sbiadito.
Una voce inglese diede istruzioni sull’atterraggio e li informò di essere quasi giunti in aeroporto. Lo stesso messaggio fu ripetuto in una lingua che Daniele non capì, ma che credeva fosse irlandese.
Gettò uno sguardo dal finestrino ma non vide altro che nubi grigie e basse, mentre gocce di pioggia velavano il piccolo vetro dell’aereo.
L’aeroporto era piccolo, in confronto a quello dal quale era partito.
Poi, il motore si spense e tutti si alzarono.
Daniele prese il suo zaino e si avviò fuori dall’apparecchio, attraverso un tunnel sospeso del tutto uguale a quello tramite il quale era passato per partire.
Ebbe come la sensazione di aver fatto un lungo giro in tondo, e di essere tornato a casa.
Quando però arrivò alla fine del tunnel e trovò una scala mobile ad attenderlo, l’illusione cessò.
Recuperò la sua valigia sul nastro trasportatore e si avviò verso l’uscita.
Quando arrivò nell’atrio dell’aeroporto, Daniele si strinse nella giacca scura cercando un po’ di calore.
C’erano parecchie persone con in mano dei cartelli scritti in molte lingue, recanti nomi e luoghi che lui non conosceva.
L’occhio gli cadde su una scritta alla sua destra, che però si trovava su un muro.
Una scritta qualsiasi, che in un altro aeroporto non avrebbe attirato la sua attenzione.
In nero, sul muro grigiastro, c’era una frase in rilievo che riportava:

“Welcome to Dublin Airport”

Non fu il suo significato, ma il modo in cui era scritto ad attirare l’attenzione di Daniele.
Le lettere erano leggermente storte, tondeggianti, morbide e confortevoli, ma anche imperiose e serie. Era lo stesso stile di scrittura, Daniele se ne era accorto, degli antichi testi e delle antiche scritte di tempi perduti che aveva visto in tanti libri.
Leggerle lì, in un posto così moderno, era spiazzante. Gli diede la sensazione di essere arrivato in un altro mondo, dove esistevano regole inesistenti negli altri paesi, e dove le fiabe e le leggende facevano parte dell’ordinario piuttosto che dello straordinario.
Aveva appena varcato un confine invisibile tra due realtà diverse.
A consolidare quel pensiero era scritto pochi centimetri più in basso sempre con lo stesso carattere e distaccato dalla scritta inglese da dei triangoli intrecciati, composti da diversi fili neri in rilievo che ripetevano la stessa trama all’infinito:

“Fàilte cuig aerfoirt Bhàile àtha cliath”

Irlandese, senza dubbio.
Daniele rimase qualche secondo lì, ad assaporare quella strana sensazione di essere entrato in una terra completamente diversa e antica, e il fastidio del viaggio sbollì lentamente.
Si risvegliò da quel momento di stupefatta contemplazione quanto sentì pronunciare il suo nome in italiano e percepì una mano che gli toccava la spalla destra.
Si voltò e vide un uomo, di poco più alto di lui, dai lunghi capelli biondi che gli arrivavano fino alle spalle. Aveva baffi sottili, sotto i quali faceva capolino un sorriso genuino.
I suoi occhi erano glauchi e con una mano si stringeva il cappotto marrone all’altezza del bavero.
-Sei Daniele, giusto?-
Parlava italiano con un accento spigoloso che Daniele dedusse probabilmente essere quello irlandese.
-Sì, sono io-
-Mi chiamo Doran. Tuo padre mi ha incaricato di venirti a prendere, te l’ha detto non è vero?-
Attorno a loro, viaggiatori frettolosi disegnavano i contorni della loro conversazione.
Daniele cambiò presa sulla valigia.
-Sì, me l’ha detto-
Il padre di Daniele effettivamente aveva detto che un suo amico sarebbe stato lì a prenderlo e lui non ebbe difficoltà a riconoscere in quell’uomo la persona che compariva in tante fotografie che il padre gli aveva mostrato prima di partire: gli aveva fatto vedere i suoi amici irlandesi perché lui li riconoscesse una volta all’aeroporto. Anche se non si ricordava tutti i nomi, quell’uomo era inconfondibile.
-Mi ha parlato molto di te; dice che vi conoscevate da anni e che facevate parte di un gruppo di amici inseparabili-
Doran sorrise.
-Sì, in effetti hai ragione! Tuo padre ed io ci siamo conosciuti la prima volta che lui è venuto in Irlanda. Vi assomigliate molto – aggiunse guardandolo – ma mi ha anche detto che non sei partito volentieri dalla tua amata confusione cittadina-.
Mentre parlavano, lentamente si incamminarono verso l’uscita dall’aeroporto. Una volta giunti all’aperto, Daniele di stupì di come il clima non fosse eccessivamente freddo come aveva temuto, anche se il cielo era coperto e il tempo era molto brutto.
-Oggi il tempo si mantiene! E’ una fortuna- esclamò Doran.
-In Italia non è proprio così, il bel tempo. Lì c’è una cosa chiamata sole ogni tanto- rispose acre Daniele.
-Sai, anche l’umidità fa bene: alle piante, alla natura…-
-Ai turisti contenti di corrodersi le ossa, certo- concluse Daniele. -E dimmi- aggiunse -l’acqua corrente l’avete, oppure la stillate dalle foglie? Magari tutto è come quei tombini? – ne indico alcuni a pochi metri da loro: erano colmi d’acqua e ogni tanto qualche bolla saliva in superficie -Da dove vengo io almeno quelli funzionano-.
Daniele storse la bocca, come faceva sempre quando era in vena di sputare veleno.
Doran, invece, lo guardò sornione.
-Mi chiedo come abbia fatto tuo padre per convincerti a venire qui: non dev’essere stato facile-.
Daniele guardò il cielo: -In effetti non mi ha convinto per niente, mi ha praticamente obbligato. Sinceramente avrei preferito rimanere a casa mia, a passare l’estate con i miei amici. Non avevo alcuna voglia di muovermi-.
Doran sorrise sotto i baffi: -Sembra quasi un supplizio. Non ti piace dunque nemmeno un po’ l’Irlanda?-
-E cosa dovrebbe piacermi di questo posto?- rispose il ragazzo con tono sprezzante, anche se la sua mente riandava continuamente alla scritta di benvenuto dell’aeroporto, e alle sensazioni che aveva provato -Gli alberi? L’umidità? O magari il fatto che piove praticamente sempre? Niente amici, niente spiagge, non conosco un locale… Mio padre ha fatto proprio una bella mossa a mandarmi qui, in mezzo a tutto questo schifo-.
Contrariamente a quel che si aspettava Daniele, Doran scoppiò a ridere di gusto; era una risata sincera, che faceva ondeggiare i suoi capelli chiari. Quando raggiunsero la macchina bianca parcheggiata a un tiro di sasso dall’aeroporto, stava ancora ridacchiando.
Daniele iniziò ad esserne infastidito.
-Si può sapere che cosa c’è di così divertente? Sono qui contro ogni mia volontà, condannato alla noia e al maltempo. Lo odio già, come odio questo posto!-
Salirono in auto e Daniele prese posto nel lato vicino al guidatore, anche se la prima volta sbagliò perché provò a salire a destra.
Doran accese la macchina. Non rideva più.
-E’ per questo che sono qui. Proprio perché ti fa così schifo. Vedrai, chi se ne va dall’Irlanda non è mai la stessa persona che ci è entrata. Ti rimane sempre qualcosa aggrappato dentro-.
Daniele sbuffò, irriverente.
-Qualcosa aggrappato dentro, certo: i reumatismi- disse.
Doran rise, poi imboccò la strada che usciva dall’aeroporto e si infilò nel traffico.

Claudia


Claudia viveva un po’ tutti i giorni e un po’ tutti i giorni moriva.
A volte non si ricordava di essersi già lavata i denti prima di dormire, oppure si trovava a voler accendere a tutti i costi la televisione con il cellulare.
Spesso si sorprendeva a vagare sul parquet di casa senza meta e una volta le era capitato di cercare di riempire d’acqua, per cena, lo scolapasta.
La sera prima aveva dato due volte da mangiare al gatto.
Durante l’intreccio complesso della giornata, Claudia sapeva quali erano i momenti migliori e, senza dubbio, i momenti peggiori.
Quando la sera si fermava a guardare fuori dai vetri, che la separavano dal tramonto con due strati di liscia indifferenza, si rendeva conto che quello era il momento peggiore.
Non c’era un inizio o una fine dei pensieri: i dubbi e le mezze verità stridevano tra loro creando un gran frastuono, coperto solo dal ritmico rombo degli aerei che passavano sopra il tetto.
Si sentiva piccola, incapace di strappare quella camicia di forza invisibile che le avviluppava la schiena. Pensava a tutto quello che le mancava, a tutto quello che non si sentiva di essere; sentiva una bestia impazzita strapparle brandelli di carne dal cuore.
Claudia puntò un po’ di smeraldo nel bianco del soffitto e le pupille si restrinsero.
Si versò un po’ di succo d’arancia nel bicchiere ma, quando fece per berlo, si accorse che il bicchiere era vuoto: aveva lasciato un’altra volta il tappo sulla bottiglia.
Si appoggiò allo schienale, guardando le foto appese a un filo con delle mollette; in mezzo ai sorrisi, tra lo stereo e le coperte piegate, c’era anche lei.
Il mondo era diventato all’improvviso un gigantesco turbinio di colori e odori, che puntavano tutti verso lo stesso punto.
Si sentì invadere da quella sensazione di amara euforia, di ruvida tristezza. Felice e triste allo stesso tempo; perché le pareva di voler camminare sull’acqua e le sembrava di star galleggiando nella polvere.
Claudia non guardava veramente il viso di nessuno, perché ne aveva in mente in uno solo.
Claudia si sentiva come una bambina che voleva toccare le nuvole.
Claudia si sentiva piena di forza e senza speranza.
Claudia era innamorata.

Erba e Sangue


L’amore e l’odio sono due strade dritte e parallele.
Sulla prima ci sono pietre e sassi appuntiti e taglienti che, come tanti cocci di bottiglia frastagliati, si infilano tra le dita dei piedi, sotto le unghie, tagliano la carne, bucano i talloni, fanno esplodere i tendini.
L’altra, invece, è terra battuta: non presenta né buche né ciottoli; di tanto in tanto un ciuffo d’erba taglia la via perpendicolarmente, regalando freschezza al cammino.

Entrambi sentieri si affrontano a piedi nudi.
Non abbiamo infatto protezione alcuna da ciò sopra cui camminiamo.
La Strada delle Bottiglie Rotte taglia e ferisce ma rende i piedi resistenti e duri, agili e attenti: non sarà facile riuscire a bucarli e a farli sanguinare ancora.
La Via Erbosa invece lascia tutto come prima, anzi, ci rende teneri e sensibili, malleabili dall’esterno.
Ma, mentre la prima Strada ci porta a tenere la testa china e le mani in tasca, per concentrarci solo suo nostri piedi, sul nostro dolore e sulla capacità e possibilità di schivarlo, eluderlo, l’altra Via ci permette di camminare guardando l’orizzonte dei nostri pensieri: ci consente di osservare le altre persone.
Gli uomini sognatori si tagliano i piedi. Credono fortemente che il prossimo pezzo di strada sarà la Via Erbosa.
I realisti schivano il dolore. Essi sperano che la via diventi sgombra e alzano di poco la testa.
Gli uomini saggi, infine, riescono a percorrere entrambe le vie senza tagliarsi né ammorbidirsi.
Non tutti camminano allo stesso modo, ma camminano tutti.
Camminano tutti.

Tracce – Racconto Concorso Luserna 2011


Dopo la soprprendente partecipazione al concorso di Luserna del 2010, sorprendente perché.. bhè poi vi spiego!, ho deciso di ritentare anche quest’anno. L’altranno ho vinto e, chissà, magari mi va bene anche questa volta! =)
Dicevamo sorprendente.. siamo sinceri: un concorso letterario e di poesia di Luserna San Giovanni, voi chi credereste che parteciperebbe? Due montanari, una pecora e… io. Ebbene, mi sono dovuto ricredere. Su tutti i partecipanti (ed erano veramente tanti, se non sbaglio più di 50 in tutto, ma forse minimizzo) ce n’erano in realtà solo 2 della Val Pellice. Due capite? Io e un’altra. Tutti gli altri venivano dalla Svizzera (la Svizzera!) dalla Francia (Garçons?? Tiè!) e da altre regioni d’Italia (se non sbaglio una veniva da Ravenna, ma non ne sono certo). Insomma, una piacevolissima sorpresa, che dà sicuramente più lustro e sfizio alla competizione. Rieccomi allora in prima linea con questo nuovo racconto più un altro ch epotete trovare, sempre qui in queste pagine, con il nome di “Note Vuote”. Mi hanno telefonato dicendomi di venire alla premiazione, questo 5 Febbraio. Dicono che ci sarà una bella sorpresa. Speriamo ^^.

Ora bando alle ciance e ciancio alle bande.
Eccovi il racconto.
-Rullo di tamburi (pernacchia)-

 

Tracce

Come un bruco dispettoso, il grosso autocarro blindato soffiò una nube di polvere sul volto di Amlina. Poi si allontanò, ridacchiando con quel suo verso rugginoso, come se la stesse prendendo in giro.
Amlina si strofinò gli occhi e aspettò che la polvere si posasse a terra. Fece due passi e si ritrovò in mezzo a un letto di sabbia che tagliava in due il suo villaggio: la strada.
Piena di buche, sassi e profondi solchi lasciati dai cingolati.
Per lei non esisteva niente di meglio per far passare il carretto di suo padre, il giorno del mercato.
Aveva sentito parlare delle autostrade: tappeti di pietra nera, sopra le quali centinaia e centinaia di mostri come quello che era appena passato davanti alla sua casa di fango si rincorrevano, si agitavano, sfilavano e sfrecciavano.
Doveva essere orribile. Chissà quanta polvere alzavano tutti insieme.
Altri due passi e raggiunse l’altro lato della strada. Si incamminò verso il pozzo, con il vaso per l’acqua in mano.
Il suo vestito grigio le sfiorava le caviglie mentre muoveva i piccoli piedi sulla terra dei suoi padri.
Amlina era una bambina strana.
Tanto per cominciare, andava tutti i giorni a prendere l’acqua da sola, senza mai farsi accompagnare; inoltre non aveva paura di osservare qualunque cosa, a lungo, tanto che a volte suo padre doveva dirle di essere meno sfrontata. Non era così che una donna si doveva comportare.
Una folata di vento le scompigliò i fini capelli scuri, e Amlina dovette chinare il capo per ripararsi dalla sabbia del deserto.
Passò di fianco all’ultima casa di fango prima del pozzo, ben sapendo degli abitanti che borbottavano astiosi vedendola passare.
Avrebbe dovuto essere accompagnata, dicevano, e nascondevano le proprie bambine e le loro mogli perché non prendessero il cattivo esempio.
Amlina però non ci faceva caso.
Finalmente il pozzo: un foro nella terra tra la sabbia che volava intorno.
C’era poca acqua quel giorno, e Amlina fece parecchia fatica a riempire il vaso che aveva portato con sé.
Dopo l’operazione si concedette un minuto per riposarsi e soddisfare quella voglia di guardarsi intorno che solo i bambini hanno.
C’erano due adulti che parlavano a una decina di metri da lei dietro un piccolo carretto vuoto, avvolti nelle loro vesti ingrigite dal deserto; un cane si aggirava con il naso attaccato a terra, fermandosi ogni tanto a masticare qualcosa trovato tra un pezzo di terra e un ciottolo.
A parte questo, nulla si muoveva.
Fu lì che il tenente McConnel la vide la prima volta.
Piccola e stanca, con i piedi sporchi per aver camminato su strade che non erano strade, cercando dell’acqua che non era dell’acqua. Mollemente appoggiata sul bordo di quel pozzo che sembrava un foruncolo del deserto.
Al tenente sembrava così innocente e fragile da non capire come potesse crescere in mezzo a tanta desolazione, tanta morte.
Sebbene fosse ad una distanza considerevole da lei e fosse fuori dal campo visivo della piccola, si sentiva quasi nudo, in imbarazzo con la divisa mimetica, l’MP5 a tracolla e l’elmetto in capo.
Lo spazio tra loro due era come attraversato da un filo magnetico e si sentiva squadrato da capo a piedi da quella piccola figura così forte e così debole allo stesso tempo, che sembrava poterlo vedere chiaramente, anche senza guardarlo.
Un elmetto, un fucile e una divisa alle spalle di una bambina. Il tenente si sentiva inadeguato.
Dal suo primo incarico in un villaggio aveva odiato la sabbia che si infilava tra i denti, nei capelli, negli occhi, che gli screpolava senza pietà le labbra e la pelle. Aveva odiato anche dover stare tra dei bambini con delle armi in bella mostra, cariche e pronte a dispensare la morte al minimo inconveniente, al minimo equivoco.
Ma non aveva mai provato niente del genere prima di allora, prima di incontrare quella bambina, che ancora non si era girata, ancora fissava i due uomini che parlavano e gesticolavano vicino al loro carretto.
McConnel sperava non si voltasse verso di lui.
Era sicuro che sul suo volto avrebbe potuto leggere la sofferenza di tutto un popolo, avrebbe potuto scorgere i suoi peccati.
Amlina si alzò, riprendendo il vaso colmo d’acqua.
McConnel iniziò a camminare con lei, lasciando i suoi compagni di squadra dietro la casa alle sue spalle.
Si aspettava che la bambina passasse tra le case, attraversasse la strada e entrasse in una abitazione qualsiasi, perciò si stupì molto nel vedere che volgeva i suoi piccoli passi a destra, ed entrava in un vicolo.
Il tenente la seguì senza farsi notare.
Amlina procedette sicura, mostrando di aver già percorso quella strada numerose volte. Dopo qualche minuto le case finirono e si ritrovò in campo aperto.
Davanti a lei, solo il deserto.
Nel cuore di Amlina si stemperò un sorriso che le arrivò fino alle labbra mentre puntava decisa verso una casupola più piccola delle altre, l’ultima a far parte del nucleo del villaggio.
Scostò un lenzuolo azzurro ed entrò.
McConnel si avvicinò silenzioso a una finestra dai contorni scrostati, senza il vetro, e sbirciò dentro.
L’interno della casa era sporco e angusto; in mezzo all’unica stanza stava un materasso sgualcito, in mezzo a un mare di lattine, pezzi di plastica e indumenti luridi.
Su quel materasso, un uomo anziano rantolava, sputando fuori dai polmoni la sabbia del deserto in brevi sussulti.
Amlina si avvicinò e sussurrò qualcosa che il soldato non comprese, poi versò un po’ d’acqua dal vaso a un pentolino che aveva raccolto per terra e lo porse al moribondo.
Mentre l’uomo beveva, la piccola trasse dalle pieghe del vestito un pezzo di pane e del formaggio e, mentre il vecchio si cibava con quelle poche briciole, lei gli lavò il capo e il torso, sempre con una parola dolce, con un sorriso o un gesto affettuoso.
Agli occhi del soldato sembrava quasi una presenza ultraterrena, un piccolo angelo dai vestiti laceri.
Si chiese se abitasse davvero in una di quelle case dai muri cadenti, dai pavimenti sporchi; se si tappasse le orecchie anche lei quando sentiva scoppiare le bombe, se avesse mai pianto per la morte di un amico, un parente, un vicino di casa.
O forse, si disse, quel piccolo corpo era soltanto un ricettacolo per uno spirito che non era legato a questo mondo.
Lo capiva dal modo in cui muoveva le mani, da come scivolava in punta di piedi senza lasciare traccia.
C’era poi quella sensazione che gli faceva venire la pelle d’oca: era come se la bambina sapesse che lui era lì, come se fosse conscia della sua inquietudine che filtrava attraverso l’aria e trovava ristoro nell’osservarla.
Il tenente non seppe quanto tempo fosse rimasto fuori dalla finestra, scomodo, osservando i gesti di pietà e d’amore di una bambina che da quando era nata aveva probabilmente visto più sofferenza di quanto fosse lecito vedere a un qualunque essere umano.
Il sole stava scendendo a toccare le dune, a Ovest, sciogliendo la sabbia in uno scuro color cenere, quando finalmente Amlina lasciò i muri ruvidi di quella casa.
Tutto quello che McConnel riusciva a fare era seguirla, guardandola fluttuare come un filo d’erba al vento.
Amlina si diresse fuori dal villaggio, verso il deserto.
Forse non voleva attraversare nuovamente le case, magari quella strada era più rapida, o forse voleva semplicemente rimanere sola mentre camminava sulla sua bellissima e deturpata terra.
Il tenente non poteva più seguirla senza dare nell’occhio e fece un unico passo, solo per guardarla allontanarsi.
Una piccola anima che si prendeva cura ogni giorno di un altro essere umano.
Nella terra del sangue e dell’irrazionalità, un gesto come quello acquisiva un’importanza oltre ogni significato.
Amlina ormai scompariva dietro a un grande cumulo di sabbia.
McConnell provò il desiderio di fermarla, toccarla, accertarsi che fosse vera, e i suoi piedi si mossero senza che lui lo volesse.
Il suo anfibio rimase impigliato in qualcosa di duro. Incuriosito abbassò lo sguardo e con il calcio del fucile scoprì dalla sabbia un filo metallico acuminato, che capì proseguire per un lungo perimetro oltre le case.
Un filo spinato dimenticato da molto tempo, che indicava la presenza di un solo tipo di pericolo.
Mine antiuomo.
McConnell non seppe mai se l’idea di trovarsi a pochi passi da un campo minato gli attraversò la mente prima o dopo che un boato scuotesse l’aria e la saturasse di sabbia.
Si schermò gli occhi con la mano.
Pezzi di terra cadevano a terra; dietro di lui, qualche volto spaventato uscì per metà dalle case.
Tutti videro danzare, sul vento leggero della sera, un sottile drappo grigio.
Una testimonianza, un simbolo gentile.
Amlina aveva trovato la strada più breve per tornare a casa.