Fratello Come Me


-Bastardo…-
Nelle volute pigre del fumo di sigaretta il grumo di sangue tracciò prepotentemente una linea verticale tra le labbra di Luca e la faccia del soldato tedesco.
La figura dalle mani e piedi legati si mosse appena sul pavimento polveroso, gemendo.
-Lascialo stare, ci serve vivo-
Le parole del Poli fendettero la nebbia di tabacco, lente e precise,
Si spostò sulla sedia cigolante e continuò a giocare all’ennesima partita a briscola.
Teneva le carte nella mano sinistra, anche se non era mai stato mancino.
La mano destra aveva avuto un brutto incontro con una granata tedesca che gli aveva tranciato di netto tutte le dita, tranne una.
Da qui il suo soprannome. Il suo nome vero era Guglielmo, ed era il capitano. Ma per tutti era il Poli.
-Sono stanco di trattare questo schifoso come un principino. Sono sicuro che a noi riserverebbero un trattamento di tutt’altro tipo-.
Luca era forse quello, tra tutti, che odiava maggiormente i tedeschi. Sua madre era stata malmenata tre giorni prima dalle SS senza motivo. Per fortuna se l’era cavata solo con qualche livido, ma a Luca la faccenda bruciava ancora.
“Che me ne capiti uno sotto mano” aveva detto “uno solo di quei bastardi e gli faccio passare le pene dell’inferno!”
Giacomo e Bepi, al tavolo, non diedero segno di aver notato il fastidio sempre crescente di Luca.
Se ne stavano seduti, la testa abbassata, dentro i loro abiti spessi che erano diventati le loro divise.
Entrambi troppo giovani per essere padri, troppo vecchi per essere dei ragazzi.
-Luca- disse il Poli mentre pescava una carta -Perché non vai a vedere come se la cava Fausto, in vedetta? Potrebbe aver bisogno di qualcosa-.
Una richiesta che in realtà era un ordine.
Luca si fermò, guardò il Poli, poi il tedesco per terra.
Camminò fino all’angolo dove tenevano le armi e prese il suo moschetto automatico Beretta, dalla familiare canna traforata, e mise un caricatore da trenta colpi.
-Prendi anche il Carcano- disse il Poli.
Luca afferrò anche il fucile davanti a lui.
-Sissignore…- mormorò.
Fece scattare l’otturatore del Beretta con un suono metallico.
Come se non sapessi scegliermi le armi da solo.
Luca sbatté gli occhi quando uscì dalla catapecchia che serviva al gruppo come riparo provvisorio. Il pomeriggio aveva ormai divorato la luce del mattino, e i raggi morbidi scivolavano come miele tra le foglie e i rami.
Davanti a lui un sentiero fendeva pacatamente l’erba. Dietro la baracca la montagna saliva e il bosco diventava più fitto, mentre davanti a lui degradava in un prato e poi bruscamente finiva, lasciando scoperta la valle al di sotto.
Si potevano vedere i due paesi appoggiati uno dietro l’altro, con le loro case chiare, e poi le curve dei colli e i profili delle valli.
Era un buon posto in cui sostare e tenere un campo.
Luca seguì il sentiero di terra che culminava in un becco roccioso, come se la montagna avesse avuto un ultimo fremito prima di fermarsi sul vuoto.
Tra quelle rocce, nascosto alla vista, stava Fausto, un partigiano come lui. Un suo amico.
Luca si chinò e batté quattro colpi veloci, per far capire a Fausto che era lui, poi si infilò tra le rocce e sparì alla vista.
Strisciò per un paio di metri, poi lo spazio si aprì dando forma ad una piccola cavità naturale che dava sulla valle.
La scura figura distesa di Fausto era lì ad attenderlo.
-Buongiorno! Dimmi che sei venuto a darmi il cambio-
Luca sorrise, stendendosi accanto a lui.
-Purtroppo no- disse – il capitano mi ha mandato a vedere se avevi bisogno di qualcosa o se c’erano problemi-.
-Problemi nessuno, ma potresti dire al Poli che se vuole può mandarmi qui un bicchiere di vino e una bella ragazza per passare il tempo!-
-Glielo dirò se vuoi-
Fausto rise.
Prese dalla tasca destra della sua giacca verde scuro un pacchetto di sigarette e ne offrì una a Luca, che accettò di buon grado.
-Mi è giunta voce che due settimane fa ci sia stato un rastrellamento al paesino qui sopra- disse Fausto -Il giorno prima avevano perso trenta uomini in un’imboscata e per pareggiare i conti hanno fatto schierare tutti gli abitanti in fila- tirò l’ultima boccata dalla sigaretta, la spense contro la roccia e la appoggiò da parte. Riprese il suo fucile.
-Ogni tre ne sceglievano uno- mormorò fissando il vuoto davanti a se -Ed erano per lo più donne e bambini, visto che gli uomini sono al fronte o tra le montagne come noi, sotto un paio di massi sudici e puzzolenti. Ne hanno scelti sessanta e li hanno fucilati-.
L’aria sibilò forte tra le fessure della roccia, arrivando fino a loro dopo aver accarezzato tutta la valle.
Luca rimase in silenzio per un po’.
-Buon Dio, avevamo così tanti amici lassù- disse d’un tratto Fausto, con voce mesta -Francesco, con il suo mulo, che portava sempre le sue verdure al mercato. Don Gino, te lo ricordi Don Gino? Ha cercato di fermarli, si è buttato sul capo di quella banda di delinquenti. L’hanno ammazzato-.
Luca finì la sigaretta e la buttò di sotto dopo averla spenta.
Rimasero lì per un po’, in silenzio.
-Il capitano non si fida di me- disse Luca all’improvviso, più a se stesso che all’amico -mi ha fatto uscire con una scusa. Credeva davvero che avrei fatto qualcosa a quel prigioniero-.
Fausto lo guardò.
-Guglielmo è una brava persona- rispose -vuole solo il nostro bene-
Si bloccò, con un’espressione perplessa.
Luca pensò che fosse molto buffo, prima di rendersi conto che qualcosa non andava.
C’era troppo silenzio. Gli uccelli non cantavano più.
-Hai buttato giù la sigaretta?- sussurrò Fausto.
Tolse la sicura al Carcano, lo stesso fucile che aveva Luca a tracolla.
Luca sbiancò. Un brivido gli fece rizzare i capelli sulla nuca.
-Si, io.. era spenta, pensavo..-
Un fischio, un sibilo, niente di più. Poi la terra ebbe un balzo e schegge di pietra volarono in ogni direzione.
I colpi da mortaio caddero dietro di loro, davanti a loro. Su di loro.
Uscire di lì.
Fausto disse qualcosa che Luca non capì.
Ormai sentiva soltanto più i fischi e le esplosioni orrendamente vicine. Tutto sembrava a Luca rallentato, opaco.
Era così che ci si sentiva dopo un’esplosione? Forse avrebbe perso anche lui le dita della mano come il Poli.
Si riscosse.
-Andiamo via!-
Non sentiva bene la propria voce.
-Non li vedo!- disse Fausto sopra il grido dei mortai -Non riesco a vederli, non riesco..-
Uno sparo rimbombò tra le colline, e una zolla di terra si impennò a pochi centimetri dai loro visi sporchi di polvere.
Un cecchino! Siamo come dei topi in trappola!
-Usciamo di qui!-
Luca strattonò Fausto, che sparò un colpo verso le colline, poi un altro.
Il suono del fucile dentro quella piccola cavità per poco non rese sordo Luca.
Le bombe urlavano e l’aria era satura di polvere.
Fausto continuò a sparare.
Stava perdendo il controllo.
Luca fece la prima cosa che gli venne in mente: si avventò sul fucile di Fausto e cercò di strapparglielo di mano.
Fausto, preso alla sprovvista, non riuscì a trattenerlo.
Poi una luce di paura passò nei suoi occhi.
-Andiamocene!-
Si voltò e prese a strisciare verso l’uscita.
Luca lo seguì lungo lo stretto pertugio, mentre i mortai continuavano a lanciare proiettili mortali attorno a loro.
Finalmente uscì all’aria aperta e insieme a Fausto iniziò a correre verso il vecchio casolare dove erano rimasti gli altri.
-Tirano a caso- disse Fausto. Luca si accorse che i mortai stavano tacendo, poiché Fausto non aveva dovuto più urlare per farsi sentire.
Imboccarono il sentiero il più veloce possibile, costeggiando il bosco a ritroso, raggiungendo finalmente il pianoro erboso.
Si guardarono intorno e all’inizio rimasero spaesati, senza capire cosa ci fosse che non andava, poi capirono.
La casa non c’era più.
Davanti a loro rimanevano solo delle grigie rovine, pietre e assi di legno spezzate.
Luca rimase incredulo a fissare il luogo dove Giacomo e Bepi, nella sua mente, stavano ancora giocando a carte.
Non era rimasto lì perché glielo aveva ordinato il Poli. E lui l’aveva quasi odiato per quello.
In un attimo, le vite dei loro compagni, vicini di casa, amici da una vita, erano svanite.
Il colpo di mortaio doveva aver colpito la parte anteriore della casa, dove il Poli, Giacomo e Bepi stavano seduti, poiché il muro dalla parte opposta era ancora in piedi.
Fausto si chinò e raccolse tra i detriti qualcosa.
Una carta da gioco: un fante di picche sgualcito e bruciacchiato.
Ad un tratto Luca colse con la coda dell’occhio un movimento.
Qualcosa si dibatteva sotto i calcinacci. Al suo orecchio giunse un lamento soffocato.
Luca sperò ardentemente che qualcuno fosse sopravvissuto, che non fosse stato tutto cancellato.
Dio, Giacomo ed io andavamo a scuola insieme!
No, qualcuno doveva essere ancora vivo!
Si chinò e vide spuntare una mano bianca da sotto le macerie. Iniziò a spostare sassi, ciottoli e pezzi di legno, tegole e terra.
Fausto lo raggiunse e gli diede una mano.
Alla fine riuscirono a liberare l’uomo dai detriti.
Non era il Poli o Bepi.
E non era nemmeno Giacomo.
Luca fece un passo indietro e Fausto rimase immobile.
-Non può essere..- mormorò Luca mentre guardava intorno a sé.
Lasciò cadere il fucile e si gettò nuovamente tra le rovine, cercando un segno di vita, una traccia dei propri compagni.
Dopo qualche minuto si trovò le mani graffiate, un paio di un unghie rotte e la fronte imperlata di sudore caliginoso.
Si lasciò cadere per terra. Da lì, vide Fausto mentre liberava il soldato tedesco dalle corde che gli tenevano strette le caviglie. Slacciò la borraccia dal proprio fianco e gliela appoggiò alle labbra.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Luca si alzò, raccolse il Carcano, raggiunse il soldato seduto a terra e gli sferrò un colpo in faccia con il calcio del fucile.
-Bastardo! E’ tutta colpa vostra, vostra!-
Girò l’arma e la puntò verso il tedesco che si copriva il volto con le mani.
-Luca, no!- cercò di fermarlo Fausto gettandoglisi addosso -Luca.. calmati! Cerca di ragionare..-
-Ragionare un cazzo! E’ colpa sua, è solo colpa sua! Sua e di tutti i suoi amici pelati del cazzo! Li hanno uccisi tutti, tutti! E adesso io lo ammazzo!-
Tolse la sicura al Carcano e fece fuoco, ma era troppo agitato e Fausto lo stava strattonando. Il colpo si perse nella boscaglia dietro la casa.
Fausto lo spinse violentemente e lo buttò a terra, dove Luca rimase.
Le lacrime presero a scorrere sulle sue guance, scavando solchi nella polvere.
-Sono morti.. sono morti..Giacomo, Guglielmo..-
Si mise in ginocchio e appoggiò le mani davanti a lui, sull’erba sporca di terra.
Pensò a Bepi, al Poli. A quando Giacomo lo aveva aiutato nella semina e a quando Luca aveva cenato con lui in cortile, un anno prima, con tutta la famiglia.
Passò un tempo indeterminato in quella sorta di apatia prima di sentire Fausto toccargli la spalla, tirarlo per un braccio e rimetterlo in piedi.
-Avanti, andiamo..- mormorò.
Luca si asciugò il viso, dimentico del mondo intorno a lui.
Probabilmente i soldati nemici stavano avanzando verso di loro ed era bene lasciare quel luogo.
Vide Fausto rimettere in piedi il soldato tedesco che tossì e si pulì la giacca strappata.
Era rimasto miracolosamente illeso, a parte qualche escoriazione e un botta dolorosa alla caviglia che lo faceva lievemente zoppicare.
Fausto raccolse da terra il Beretta di Luca e glielo ridiede insieme al Carcano.
Luca lo guardò.
Negli occhi di Fausto vibravano delle lacrime, a stento trattenute. Era pallido.
-Dobbiamo cercare di salire e ricongiungerci con il battaglione di Federico-.
Federico era il fratello di Guglielmo e si trovava sopra di loro, dietro il colle.
Iniziarono a camminare, in fila. Fausto davanti, il fucile Carcano in mano. Il soldato tedesco, con la nuca graffiata e sporca. Luca, il mitra Beretta spianato, la canna traforata rivolta davanti a lui.
Camminarono per circa un’ora e mezza, tra sentieri macchiati di rovi, che si infiltravano sul terreno come un’infezione, e alberi sottili ed appuntiti alcuni, robusti e frondosi altri. Il sole ormai stava per tuffarsi dietro i colli e il bosco diventava sempre più buio.
Fausto sperava di poter arrivare prima di notte, ma ad un tratto il tedesco dietro di lui inciampò e cadde.
Non furono più in grado di tirarlo su.
Decisero allora di fermarsi in quel punto e muoversi la mattina.
Il soldato dalla divisa grigia si mise faticosamente a sedere contro un albero e lì rimase, ansimando.
Luca si avvicinò a Fausto.
-Perché dobbiamo portarcelo dietro? E’ solo un peso, non fa che rallentarci. Sappiamo benissimo che ci stanno cercando, che sanno che siamo qui in giro. Se hanno i cani abbiamo ben poche speranze. Dovremmo liberarcene-.
Di fronte al silenzio del compagno, si volse a guardare il prigioniero.
Sembrava un fantasma, sempre nella stessa posizione, troppo stanco anche solo per allungarsi e prendere la borraccia d’acqua vicino a lui. Il sudore gli gocciolava dalle fronte sulle guance. Uno squarcio si apriva nei pantaloni all’altezza del ginocchio e lasciava intravedere una grossa escoriazione sulla pelle emaciata.
La sua mano si mosse verso la tasca della giacca.
Subito Luca gli fu addosso, divorando la distanza che li separava, puntandogli l’arma in volto.
-Tira fuori quello che hai lì dentro, e fallo lentamente-
Il tedesco lo guardò con gli occhi arrossati dal sudore e dalle lacrime, ed estrasse un pezzo di carta.
Luca glielo strappò di mano.
Subito il soldato ai suoi piedi emise un gemito disperato, allungandosi verso di lui per riprenderlo, gli occhi spalancati, l’espressione atterrita. Aveva la saliva alla bocca mentre compiva uno spasmo che trascendeva le sue capacità.
Lo sforzo fu tale che cadde di lato, le braccia allargate come ad abbracciare la terra sotto di lui.
Luca guardò la foto.
Ritraeva una donna e una bambina, abbracciate, sull’uscio di una casa.
La bambina, che doveva avere più o meno dieci anni, aveva i capelli chiari e le lentiggini sul viso, mentre la donna aveva capelli neri e un sorriso dolce.
Fausto rimise a sedere l’uomo. Prese la borraccia e gli diede da bere.
Luca rimase a guardare quella foto.
Cercava di cogliere ogni minimo dettaglio della casa che si vedeva sullo sfondo, dell’erba che sfiorava i tre gradini sopra i quali stavano la donna e la bambina. Le pensò vive, in carne ed ossa, colorate e vivaci,. La donna era forse una moglie affettuosa, che preparava la cena per il marito quando sarebbe tornato da lavorare, stanco ma sorridente nel vedere la propria bambina corrergli incontro con la sua bambola preferita.
Cercò disperatamente di trovare le differenze con sua madre e sua sorella.
Non ce la fece.
Nella sua mente rimase invece il pensiero che quell’uomo era a centinaia, forse migliaia di chilometri da casa, magari contro il suo volere, chiedendosi se avrebbe mai più rivisto le persone che amava.
Luca si chiese se avesse una fattoria, o un campo come il suo. Se amasse andare al bar il venerdì sera. Se avesse una madre in pensiero per lui.
Alla fine si chinò e rimise la foto nella tasca sul petto del soldato, che lo guardò e abbozzò a un fiacco sorriso.
-Grazie..- biascicò, incerto.
Luca infilò le mani nella tasca dei pantaloni ed estrasse un portafoglio sottile. Porse un foglietto al soldato.
Era una fotografia. Due donne, anche queste, sedute su una panca. Sua madre e sua sorella.
Il tedesco guardò la fotografia, poi Luca.
-Io.. ho visto già questa donna- disse -io ero.. a paese, giù.. abbiamo fermata ma nostro capitano è stato… cattivo, dice così, si? Trattata male… noi soldati mai piaciuto lui-.
Parlare sembrò procurargli molta fatica.
Luca capì che aveva visto sua madre il giorno in cui era stata maltrattata, ma non riuscì a dire niente. Il tedesco appoggiò il capo all’albero dietro di lui e non si mosse più.
Fausto si sedette vicino a Luca.
-Tu credi.. credi che voglia tornare a casa?-
L’amico lo guardò di sottecchi.
-Tutti i soldati vogliono tornare a casa. Lui è un soldato come gli altri. Ora lo vedi qui, così, ma prova a pensare se lo avessi incontrato in altre circostanze- Fausto spezzò un rametto tra le dita- Avreste magari bevuto insieme, lui avrebbe insistito per farti venire a cena a casa sua. Forse tu credi che non ami, non soffra se viene ferito? Che non muoia come moriamo noi, che non rimanga avvelenato dai gas? Ciò che cambia da lui a noi è solo una divisa. Ma non è diverso da noi, ha soltanto una diversa uniforme. E’ proprio così. Ha soltanto la sfortuna di avere l’uniforme sbagliata-.
Rimasero in silenzio, ascoltando il bosco.
Poi Luca sentì qualcosa che non erano i gufi e lo stormire delle fronde.
Sentì abbaiare.
I tedeschi avevano sguinzagliato i cani, ed erano più vicino di quanto pensassero.
Fausto prese le armi.
-Che cosa facciamo con lui?- chiese Luca
-Non lo so- rispose Fausto
-Vedrà dove andremo, dirà loro come trovarci-
-Lo vuoi uccidere?-
Luca rimase in silenzio. Ripensò alla donna e alla bambina dai capelli biondi.
-No- disse, guardando il tedesco che si era svegliato e inquieto li ascoltava, cercando disperatamente di capire cosa dicessero.
-Luca, muoviti, dobbiamo andarcene ora!-
Fausto si era già inerpicato sul sentiero.
-Va bene.. arrivo-
Luca si voltò, ma non si mosse.
Si girò poi verso il soldato tedesco e gli si avvicinò dopo ancora un attimo di esitazione.
Gli diede la propria borraccia con l’acqua e una delle due piccole pile elettriche che aveva con se.
Lo guardò ancora una volta negli occhi, non più come un nemico, o un tedesco. Lo guardò e lo vide semplicemente come un uomo che voleva tornare dalla propria famiglia.
Poi si volse, iniziò a inerpicarsi verso l’alto e scomparve nell’ombra.

-Wo sind sie hin gegangen?-. Dove sono andati.
La parole del comandante caddero su di lui.
Lo avevano trovato grazie alla pila dell’italiano. Un impulsivo gesto di misericordia di uno sconosciuto.
-Ich..-
Il comandante si chinò.
-Wo sind sie hin gegangen?- I cani ringhiavano. Ma forse era il comandante.
Si era fatto notare con quella luce slavata. I suoi compagni lo osservavano. Non gli avevano nemmeno chiesto come stava.
-Sie sind wider runter gegangen – Sono andati giù, rispose.
Il comandante lo guardò.
Sì erano andati giù.
Non su, giù.
Una sola parola, un mondo di differenza.
Fu così che il soldato tedesco ridiscese con la sua squadra da quel colle infernale.
Fu così che Luca e Fausto ebbero salva la vita.

Annunci

La vita fa paura


La vita fa paura.
Molte persone hanno paura dei ladri, dei clown, degli spazi aperti, degli spazi chiusi, degli aerei. Altri hanno paura dei ragni, dei calabroni, degli angoli bui, dell’altezza, delle barbabietole da zucchero.
La vita fa paura e non solo per questo elenco di cose brutte, dannose, zampettanti o stupide.
Tutti noi abbiamo paura, e tutti gli altri ne hanno a loro volta.
Ho sempre pensato che andando avanti avrei avuto sempre meno paura.
Non è così.
Le cose che incontriamo crescono con noi. Ma avere paura non è da stupidi; bisogna avere paura per essere coraggiosi, o si sarebbe solamente folli. Sapremo semplicemente affrontare meglio le nostre paure.
Per conto mio posso annoverare, oltre a un modesto elenco di cose con più di quattro zampe (molto poche in realtà), un insieme di paure piuttosto normali, con una speciale menzione a una voce in particolare: la paura di me stesso.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Innanzitutto, voglio avvisare che se non dovessi risultare chiaro, me ne assumo completamente la colpa. Scrivere del proprio cervello, anima o quel che sia rasenta sempre l’impossibile. Ma ecco. La vita, per me, è come una arrampicata. Devi avere innanzitutto una piccola dose di incoscienza in ogni gesto, che permette di andare avanti. Fare un buon otto con la propria corda, avere delle scarpe adatte, un’imbragatura decente li darò per scontato. Saranno un po’ come avere tutto ciò che è basilare nella nostra vita: senza scarpe o, peggio ancora, senza imbrago, non si può arrampicare, punto e basta.
La parete che solitamente si alza da terra spaventa sempre un po’, ma fino a quando non ci metti le mani sopra, non saprai mai quanto.
Il mio rapporto con l’arrampicata è molto particolare.
Non la amo alla follia, ma credo che sia qualcosa di importante che mi abbia trasmesso molto. Per questo la consiglio a tutti. Mano a mano che salgo lungo le fratture e i rinvii, la paura di cadere cresce: più si va avanti, e più lunga sarà la discesa. Ogni volta che arrivo ad un rinvio, devo toglierlo per farmi strada, o non andro avanti, mi tratterrà. Questi rinvii sono quegli avvenimenti che, nella vita, ti lasciano spesso senza parole. O, per meglio dire, con il culo per terra.
Bisogna saper staccare la mani dalla parete per un attimo, apprezzare il vuoto, e rimuovere il ferro. Mentre salgo, c’è sempre qualcuno, sotto di me, che fa da sicura. Ogni passo sulla roccia mi dice, sussurrando malignamente, che forse le me braccia sono troppo deboli, la roccia troppo ripida, le prese troppo piccole, la mia volontà troppo scarsa. Tornatene a casa, dice, fatti calare, basta una parola. Eppure, io so che potrò graffiarmi, urtare contro la roccia e cadere, ma la persona che mi farà sicura non lascerà mai che cada davvero: mi sosterrà sempre. Quella persona che forse guarderai sempre da lontano per tutta la vita, o che forse guarderà la vita con te. Per quanto possa essere alto e spaventoso, quelle potranno sempre tendere la corda, e darci un attimo di riposo. Ogni volta che tolgo l’ultimo rinvio, ogni volta che guadagno anche venti, trenta, cinquanta soli centimetri con un movimento, mi sento forte, per un secondo.
Tutte le volte che raggiungo la cima, non importa quanto difficile fosse la via, quanto male abbia arrampicato, è come se dicessi, come se urlassi alla mia vita che non mi arrendo, che si fatica, ci si lecca il sudore sulle labbra, ma si prova comunque a sollevarsi alla prossima tacca, al prossimo spit, alla prossima fessura.
Si accetta anche di cadere, ma mai solo per una volta.
Una volta in cima, mi guardo intorno, e le cose sono diverse.
La corda rimarrà lì, come un cordone ombelicale, per ricordare che non è solo merito tuo se sei arrivato così in alto, ma soprattutto di chi te lo ha permesso di fare. Sì, forse la vita fa paura.
Guardandola con qualcuno, attraversandola mano nella mano come fanno i bambini sulle strisce pedonali per sentirsi più felici.
Eppure io ho una paura più grande.
Più grande dell’arrampicare: paura che un giorno deciderò di non farlo.
Non voglio che accada. Per questo continuerò ad arrampicare.
Mi fa paura, ma va bene così.
Va bene così.

La Sera


Quel giorno aprii la finestra, come sempre.

Faceva molto caldo quella sera e un po’ d’aria fresca mi fece bene.

Fuori, sotto il mio naso e davanti ai miei occhi, i condomini, i palazzi, i viali alberati, si scontravano contro gli ultimi raggi di sole che accarezzavano i cornicioni e davano un saluto affettuoso ai muri intonacati, sporcandoli di ombre scure.

Sembrava di assistere al saluto di un innamorato che lascia la sua bella solo per poche ore, che per lui saranno però interminabili e nere.

In lontananza Superga mandava un fioco bagliore.

Il Sole si era arreso e aveva lasciato Torino, nonostante le preghiere delle nuvole, rosse dal dispiacere.

La sera diventava notte rapidamente e le luci si accendevano: una coppia di lampioni là, a destra, sotto il porticato; le finestre della casa di fronte; le luci sui portoni all’inizio del corso.

L’aria si era fatta diversa. Era sempre così, la sera.

Diventava greve, carica di aspettative.

Era come se tutte le persone aprissero ognuna un ripostiglio segreto, una bottiglia, un cassetto, dove avevano riposto le sensazioni più sfuggevoli e brevi, e ora le riversassero per le strade, inebrianti e lussuriose, vane e aggressive.

A quel richiamo opponevo emozioni contrastanti.

Tenevo dentro di me quella sensazione da moltissimo tempo, ma solo in quel momento seppi spiegarmi il perché di quel tramestio.

Non mi sentivo parte di tutto quello che avevo davanti.

Non che non ne sentissi l’invito, beninteso, o che mi reputassi lavato di ogni colpa.

La città mi chiamava, mi allettava con promesse, scenari di luce, bicchieri scintillanti e panorami seducenti.

Ma dentro di me sentivo di non essere fatto per quello. Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, nonostante, dovevo ammetterlo, fosse meraviglioso trovarsi in mezzo allo sciabordio della vita.

Perché quella non era altro che vita! Vita!

Una parola così corta come poteva racchiudere un’enormità così incomprensibile di sensazioni, sfumature, colori? Un mistero!

Sentivo che dentro di me non vi era la predisposizione per quel mondo che la vista mi stendeva davanti: né per i bar, né per la lotta, né per l’aggressività che domina ogni anfratto della nostra carriera.

Era come se un cucciolo, piccolo e affamato tanto da non riuscirsi quasi a muovere, vedesse un bambino offrirgli un biscotto. Glielo sventola crudelmente davanti al naso fino a al momento in cui, quando il cagnolino finalmente è convinto di aver guadagnato quella leccornia tanto da sentirne il sapore sulla lingua rosea, il bambino ritira la mano ben nutrita e si mette in bocca il dolce, con un sorriso pieno di soddisfazione, masticandolo a bocca aperta dinnanzi al muso del piccolo.

La città mi sembrava ridesse con i suoi denti pieni di finestre gialle e masticasse persone, macchine, bus, tram, alcool, fumo di sigaretta, musica, luci soffuse o abbaglianti, lampi di macchine fotografiche, in un unico bolo umano.

Era come se mostrasse qualcosa che in cuor mio sapevo che, forse, non avrei mai avuto, almeno finché fossi rimasto me stesso.

Ero forse un cane che mordeva la mano che gli dava da mangiare, invece?

Intanto era già venuto buio, e faceva freddo.

Le stelle brillavano su tutto.

Un angolo, un remoto angolo di me era sempre chiuso in se stesso, dentro me stesso.

Ero un sognatore anche io? Costruivo sogni sulla realtà forse? Più li costruivo e più i successivi erano fragili?

Mi sembrava di essere nato nel momento sbagliato: un’anima che cammina su una Terra che non riconosce e che quando trova qualche spirito affine rimane talmente scombussolata da perdersi nelle sue orme.

Ero inadatto alla vita dunque? A quella vita?

Ecco di nuovo che ritornava quella parola.

Ah, ma perché nessuno ha pensato mai di scrivere un’equazione per risolvere tutte le domande che la vita pone? Forse perché sarebbe impossibile, perché sarebbe un abominio? Di sicuro non avrei voluto essere presente il giorno in cui fosse stata inventata “l’equazione della bellezza”.

Ponevo spesso a me stesso domande senza alcuna logica, su possibilità impossibili e realtà improbabili. Mi cullavo nelle illusioni di un me diverso, adatto alle cose attorno a lui.

Vedevo ogni sforzo essere vano e mi rammaricavo della mia incapacità di essere spensierato, felice e basta. Se ero nei miei sogni che importanza aveva la vita degli altri? Ma era proprio l’incapacità a vivere una vita come quella degli altri ad obbligarmi a sognare?

Ah, che giro di parole inutile!

Vivere, vivere e basta! Forse la dea dei sogni aveva già tracciato con ricami dorati la mia vita, fatta di inebrianti bellezze e profondissimi abissi.

Buttarsi in un campo e guardare le stelle, suonare la chitarra sulla spiaggia, baciare una ragazza dalle labbra che sanno di ciliegia mentre nei suoi occhi brillano mille soli di Maggio.

Non sarei riuscito ad esprimere nemmeno metà di quello che provavo: dalla voglia di vivere come tutti a quella di vivere come nessuno prima d’allora!

Era come essere indefinito, pur sentendosi più definiti.

Ma come avrei potuto far capire il sogno di una sera, il pensiero che mi accompagnava ad ogni passo?

Mi sentivo diverso. Senza immodestia alcuna. Tutti siamo diversi e io mi sentivo diverso non dagli altri nella loro singolarità, ma dagli altri nel loro insieme.

Come se stessi aspettando una conferma che non arrivava mai.

Un sorriso, una parola che forse si era persa per strada. Che facesse andare le cose come era giusto che andassero.

Torino continuava a inghiottire musica e vita, vorticando su un milione di persone.

Non troviamo altre risposte che negli altri, aveva mormorato qualcuno.

Chiusi la finestra. Aprii gli occhi e uscii dal mio sogno.

Non mi ero mai sentito così solo.