Come Non Hai Mai Guardato Prima


Parte I

Daniele aveva detestato fin dal primo istante l’idea di fare quel viaggio.
Se non fosse stato per suo padre, che l’aveva preso alla sprovvista quella sera di luglio, non sarebbe stato in quell’aeroporto, a quell’ora indecente del mattino, in mezzo alla calca di gente che attendeva la propria chiamata all’imbarco.
A che serviva viaggiare, quando poteva vedere ogni angolo del mondo dal computer di casa sua?
Troppo nervoso per stare seduto, volgeva lo sguardo sulle vetrate, sui muri, sui tabelloni, sulle mattonelle del pavimento.
Si sentiva forte come solo un diciottenne credeva di essere.
Più in alto di una spanna rispetto a tutti gli altri: così si vedeva in confronto a quell’accozzaglia di viaggiatori, chini sulle loro valigie, lo sguardo assente, neanche stessero aspettando un aereo diretto all’inferno.
L’annuncio della sua partenza gli balenava ancora davanti agli occhi.
Quattro giorni prima. Era rincasato per cena e subito si era accorto che qualcosa non andava. I suoi genitori non facevano che scambiarsi occhiate maliziose e complici ogni volta che apriva bocca.
Alla fine, con un gesto teatrale, suo padre aveva tirato fuori un biglietto d’aereo e il cuore di Daniele aveva avuto un tuffo.
Il tempo era volato, il giorno della partenza si era divorato i giorni che lo precedevano; aveva opposto una vana resistenza all’idea di partire per un paese che non conosceva neppure, che non aveva mai considerato come qualcosa di più che un sasso scagliato a caso in un freddo oceano sconosciuto.
Scuotendo la testa al ricordo di quella sera, si sedette su un sedile di plastica arancione. Davanti a lui una vetrata lasciava intravvedere l’alba e le sagome degli aerei, fermi come giocattoli a poche decine di metri da lui.
-Ricordami ancora perché lo devo fare- mormorò distrattamente più a se stesso che a qualcun altro
-Perché ti farà bene. È un occasione per vedere qualcos’altro che non sempre i palazzoni grigi della nostra città!-
Suo padre non era, al contrario di lui, quel che si suol dire un cittadino.
Non amava la città, la vita notturna, le luci e i locali che tanto piacevano al figlio. Lui era nato davvero una spanna sopra gli altri, in un paese incastrato tra due valli, ai piedi di montagne dalla cima bianca e lucente, brillante come un turbante di seta bianca di neve eterna..
Quando era piccolo, Daniele ascoltava infantilmente affascinato i suoi racconti di montagne invalicabili, di stambecchi e alberi imponenti, di profondi silenzi e rumorose emozioni.
Poi, anche lui aveva dovuto sottostare alle leggi del tempo, ed era cresciuto.
Aveva iniziato a conoscere la città, si era fatto degli amici e aveva iniziato a vivere in una realtà solida come le case tra le quali si muoveva ogni giorno.
Una realtà di cemento.
A Daniele, tuttavia, andava bene così e non avrebbe chiesto di meglio che passare l’estate con i suoi amici, nel caldo catramoso dei suoi palazzi.
Quel giorno, però, guardando fuori dal vetro che aveva di fronte non vedeva tetti, antenne e semafori.
Niente luci lampeggianti, motorini e musica ritmata.
Vedeva l’orizzonte, con la sua alba pallida e assonnata dove alcune nubi notturne, ritardatarie, erano state sorprese dai raggi di sole e, imbarazzate, si tingevano di rosa.
Era una bella vista, e Daniele ci avrebbe fatto caso se non fosse stato di cattivo umore.
Piano piano però, si perse in quelle sfumature ed iniziò a rilassarsi.
Fu la voce metallica dell’altoparlante a riportarlo alla realtà.
Il suo volo venne annunciato con la delicatezza di un sacco di cemento che cade al suolo e alcune persone si alzarono dai loro posti: un vecchio con una valigia di cuoio, una madre con tre bambini dai capelli color rosso fuoco e un uomo vestito in maniera ineccepibile, probabilmente in viaggio d’affari.
Daniele si alzò e prese la sua valigia, mentre suo padre già gli era di fianco.
Il ragazzo si portò una mano tra i mossi capelli castani, che si erano rifiutati di obbedire alla dittatura del pettine poche ore prima. Le dita lunghe e sottili aggiustarono la presa sul bagaglio.
Guardò ancora una volta verso le piste e il vetro gli trasmise per metà l’immagine di un volto sottile attorno a due occhi verde scuro, duri e fissi.
-Partire o non partire? Partire per il solo gusto di partire, oppure rimanere senza partire desiderando partire? Tanto vale partire!- mormorò suo padre tutto d’un colpo.
-Che cosa?- fece confuso Daniele, strappato dalla linea dei suoi pensieri.
-Oh nulla, è soltanto una frase che ci dicevamo quando eravamo giovani. So che ti fa strano, ma sono stato giovane anche io. Anche se non me lo ricordo bene. Sarà la vecchiaia!-
Daniele non disse nulla e si limitò a stringere più forte la valigia.
Gli sembrava che dei fili invisibili ai quali non poteva opporsi lo trascinassero insieme agli altri passeggeri
Si accodarono all’imbarco numero tredici, insieme a una decina di altre persone.
Nella fila c’erano anche il vecchio, la madre con i tre bambini e l’uomo d’affari.
Quando mancarono solo più un paio di persone davanti a loro, Daniele sentì suo padre dire: -So che questo viaggio non ti va a genio, Daniele. Credimi, non farei mai nulla per farti un dispiacere. Ma c’è una cosa che devi assolutamente evitare. Di arrivare alla mia età, e renderti conto di non aver mai avuto le esperienze che desideravi. Qualunque cosa tu voglia diventare, non lasciare i tuoi sogni su una cartolina o in un desiderio, vai tu da loro- lo guardò fisso negli occhi e sorrise -Adesso va’ e divertiti!-.
Gli diede una pacca sulla spalla e poi una spinta verso il gate, e non smise di sorridergli fino a quando la gentile signorina del controllo biglietti non l’ebbe fatto entrare nel corridoio sospeso che portava all’aereo.
Daniele e la sua valigia scomparvero dentro il tunnel che portava al boccaporto.
Le altre persone, in coda dietro il padre, sciamarono attorno alla sua figura immobile, e il suo sorriso si sciolse, come diluito e strappato via dal movimento degli altri passeggeri, facendolo scomparire come una foglia in un rapido fiume.
Allora si girò e diede le spalle a suo figlio e al cancello, sul quale stava scritto a caratteri digitali e arancioni: “13 – Dublin Airport”.

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Fratello Come Me


-Bastardo…-
Nelle volute pigre del fumo di sigaretta il grumo di sangue tracciò prepotentemente una linea verticale tra le labbra di Luca e la faccia del soldato tedesco.
La figura dalle mani e piedi legati si mosse appena sul pavimento polveroso, gemendo.
-Lascialo stare, ci serve vivo-
Le parole del Poli fendettero la nebbia di tabacco, lente e precise,
Si spostò sulla sedia cigolante e continuò a giocare all’ennesima partita a briscola.
Teneva le carte nella mano sinistra, anche se non era mai stato mancino.
La mano destra aveva avuto un brutto incontro con una granata tedesca che gli aveva tranciato di netto tutte le dita, tranne una.
Da qui il suo soprannome. Il suo nome vero era Guglielmo, ed era il capitano. Ma per tutti era il Poli.
-Sono stanco di trattare questo schifoso come un principino. Sono sicuro che a noi riserverebbero un trattamento di tutt’altro tipo-.
Luca era forse quello, tra tutti, che odiava maggiormente i tedeschi. Sua madre era stata malmenata tre giorni prima dalle SS senza motivo. Per fortuna se l’era cavata solo con qualche livido, ma a Luca la faccenda bruciava ancora.
“Che me ne capiti uno sotto mano” aveva detto “uno solo di quei bastardi e gli faccio passare le pene dell’inferno!”
Giacomo e Bepi, al tavolo, non diedero segno di aver notato il fastidio sempre crescente di Luca.
Se ne stavano seduti, la testa abbassata, dentro i loro abiti spessi che erano diventati le loro divise.
Entrambi troppo giovani per essere padri, troppo vecchi per essere dei ragazzi.
-Luca- disse il Poli mentre pescava una carta -Perché non vai a vedere come se la cava Fausto, in vedetta? Potrebbe aver bisogno di qualcosa-.
Una richiesta che in realtà era un ordine.
Luca si fermò, guardò il Poli, poi il tedesco per terra.
Camminò fino all’angolo dove tenevano le armi e prese il suo moschetto automatico Beretta, dalla familiare canna traforata, e mise un caricatore da trenta colpi.
-Prendi anche il Carcano- disse il Poli.
Luca afferrò anche il fucile davanti a lui.
-Sissignore…- mormorò.
Fece scattare l’otturatore del Beretta con un suono metallico.
Come se non sapessi scegliermi le armi da solo.
Luca sbatté gli occhi quando uscì dalla catapecchia che serviva al gruppo come riparo provvisorio. Il pomeriggio aveva ormai divorato la luce del mattino, e i raggi morbidi scivolavano come miele tra le foglie e i rami.
Davanti a lui un sentiero fendeva pacatamente l’erba. Dietro la baracca la montagna saliva e il bosco diventava più fitto, mentre davanti a lui degradava in un prato e poi bruscamente finiva, lasciando scoperta la valle al di sotto.
Si potevano vedere i due paesi appoggiati uno dietro l’altro, con le loro case chiare, e poi le curve dei colli e i profili delle valli.
Era un buon posto in cui sostare e tenere un campo.
Luca seguì il sentiero di terra che culminava in un becco roccioso, come se la montagna avesse avuto un ultimo fremito prima di fermarsi sul vuoto.
Tra quelle rocce, nascosto alla vista, stava Fausto, un partigiano come lui. Un suo amico.
Luca si chinò e batté quattro colpi veloci, per far capire a Fausto che era lui, poi si infilò tra le rocce e sparì alla vista.
Strisciò per un paio di metri, poi lo spazio si aprì dando forma ad una piccola cavità naturale che dava sulla valle.
La scura figura distesa di Fausto era lì ad attenderlo.
-Buongiorno! Dimmi che sei venuto a darmi il cambio-
Luca sorrise, stendendosi accanto a lui.
-Purtroppo no- disse – il capitano mi ha mandato a vedere se avevi bisogno di qualcosa o se c’erano problemi-.
-Problemi nessuno, ma potresti dire al Poli che se vuole può mandarmi qui un bicchiere di vino e una bella ragazza per passare il tempo!-
-Glielo dirò se vuoi-
Fausto rise.
Prese dalla tasca destra della sua giacca verde scuro un pacchetto di sigarette e ne offrì una a Luca, che accettò di buon grado.
-Mi è giunta voce che due settimane fa ci sia stato un rastrellamento al paesino qui sopra- disse Fausto -Il giorno prima avevano perso trenta uomini in un’imboscata e per pareggiare i conti hanno fatto schierare tutti gli abitanti in fila- tirò l’ultima boccata dalla sigaretta, la spense contro la roccia e la appoggiò da parte. Riprese il suo fucile.
-Ogni tre ne sceglievano uno- mormorò fissando il vuoto davanti a se -Ed erano per lo più donne e bambini, visto che gli uomini sono al fronte o tra le montagne come noi, sotto un paio di massi sudici e puzzolenti. Ne hanno scelti sessanta e li hanno fucilati-.
L’aria sibilò forte tra le fessure della roccia, arrivando fino a loro dopo aver accarezzato tutta la valle.
Luca rimase in silenzio per un po’.
-Buon Dio, avevamo così tanti amici lassù- disse d’un tratto Fausto, con voce mesta -Francesco, con il suo mulo, che portava sempre le sue verdure al mercato. Don Gino, te lo ricordi Don Gino? Ha cercato di fermarli, si è buttato sul capo di quella banda di delinquenti. L’hanno ammazzato-.
Luca finì la sigaretta e la buttò di sotto dopo averla spenta.
Rimasero lì per un po’, in silenzio.
-Il capitano non si fida di me- disse Luca all’improvviso, più a se stesso che all’amico -mi ha fatto uscire con una scusa. Credeva davvero che avrei fatto qualcosa a quel prigioniero-.
Fausto lo guardò.
-Guglielmo è una brava persona- rispose -vuole solo il nostro bene-
Si bloccò, con un’espressione perplessa.
Luca pensò che fosse molto buffo, prima di rendersi conto che qualcosa non andava.
C’era troppo silenzio. Gli uccelli non cantavano più.
-Hai buttato giù la sigaretta?- sussurrò Fausto.
Tolse la sicura al Carcano, lo stesso fucile che aveva Luca a tracolla.
Luca sbiancò. Un brivido gli fece rizzare i capelli sulla nuca.
-Si, io.. era spenta, pensavo..-
Un fischio, un sibilo, niente di più. Poi la terra ebbe un balzo e schegge di pietra volarono in ogni direzione.
I colpi da mortaio caddero dietro di loro, davanti a loro. Su di loro.
Uscire di lì.
Fausto disse qualcosa che Luca non capì.
Ormai sentiva soltanto più i fischi e le esplosioni orrendamente vicine. Tutto sembrava a Luca rallentato, opaco.
Era così che ci si sentiva dopo un’esplosione? Forse avrebbe perso anche lui le dita della mano come il Poli.
Si riscosse.
-Andiamo via!-
Non sentiva bene la propria voce.
-Non li vedo!- disse Fausto sopra il grido dei mortai -Non riesco a vederli, non riesco..-
Uno sparo rimbombò tra le colline, e una zolla di terra si impennò a pochi centimetri dai loro visi sporchi di polvere.
Un cecchino! Siamo come dei topi in trappola!
-Usciamo di qui!-
Luca strattonò Fausto, che sparò un colpo verso le colline, poi un altro.
Il suono del fucile dentro quella piccola cavità per poco non rese sordo Luca.
Le bombe urlavano e l’aria era satura di polvere.
Fausto continuò a sparare.
Stava perdendo il controllo.
Luca fece la prima cosa che gli venne in mente: si avventò sul fucile di Fausto e cercò di strapparglielo di mano.
Fausto, preso alla sprovvista, non riuscì a trattenerlo.
Poi una luce di paura passò nei suoi occhi.
-Andiamocene!-
Si voltò e prese a strisciare verso l’uscita.
Luca lo seguì lungo lo stretto pertugio, mentre i mortai continuavano a lanciare proiettili mortali attorno a loro.
Finalmente uscì all’aria aperta e insieme a Fausto iniziò a correre verso il vecchio casolare dove erano rimasti gli altri.
-Tirano a caso- disse Fausto. Luca si accorse che i mortai stavano tacendo, poiché Fausto non aveva dovuto più urlare per farsi sentire.
Imboccarono il sentiero il più veloce possibile, costeggiando il bosco a ritroso, raggiungendo finalmente il pianoro erboso.
Si guardarono intorno e all’inizio rimasero spaesati, senza capire cosa ci fosse che non andava, poi capirono.
La casa non c’era più.
Davanti a loro rimanevano solo delle grigie rovine, pietre e assi di legno spezzate.
Luca rimase incredulo a fissare il luogo dove Giacomo e Bepi, nella sua mente, stavano ancora giocando a carte.
Non era rimasto lì perché glielo aveva ordinato il Poli. E lui l’aveva quasi odiato per quello.
In un attimo, le vite dei loro compagni, vicini di casa, amici da una vita, erano svanite.
Il colpo di mortaio doveva aver colpito la parte anteriore della casa, dove il Poli, Giacomo e Bepi stavano seduti, poiché il muro dalla parte opposta era ancora in piedi.
Fausto si chinò e raccolse tra i detriti qualcosa.
Una carta da gioco: un fante di picche sgualcito e bruciacchiato.
Ad un tratto Luca colse con la coda dell’occhio un movimento.
Qualcosa si dibatteva sotto i calcinacci. Al suo orecchio giunse un lamento soffocato.
Luca sperò ardentemente che qualcuno fosse sopravvissuto, che non fosse stato tutto cancellato.
Dio, Giacomo ed io andavamo a scuola insieme!
No, qualcuno doveva essere ancora vivo!
Si chinò e vide spuntare una mano bianca da sotto le macerie. Iniziò a spostare sassi, ciottoli e pezzi di legno, tegole e terra.
Fausto lo raggiunse e gli diede una mano.
Alla fine riuscirono a liberare l’uomo dai detriti.
Non era il Poli o Bepi.
E non era nemmeno Giacomo.
Luca fece un passo indietro e Fausto rimase immobile.
-Non può essere..- mormorò Luca mentre guardava intorno a sé.
Lasciò cadere il fucile e si gettò nuovamente tra le rovine, cercando un segno di vita, una traccia dei propri compagni.
Dopo qualche minuto si trovò le mani graffiate, un paio di un unghie rotte e la fronte imperlata di sudore caliginoso.
Si lasciò cadere per terra. Da lì, vide Fausto mentre liberava il soldato tedesco dalle corde che gli tenevano strette le caviglie. Slacciò la borraccia dal proprio fianco e gliela appoggiò alle labbra.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Luca si alzò, raccolse il Carcano, raggiunse il soldato seduto a terra e gli sferrò un colpo in faccia con il calcio del fucile.
-Bastardo! E’ tutta colpa vostra, vostra!-
Girò l’arma e la puntò verso il tedesco che si copriva il volto con le mani.
-Luca, no!- cercò di fermarlo Fausto gettandoglisi addosso -Luca.. calmati! Cerca di ragionare..-
-Ragionare un cazzo! E’ colpa sua, è solo colpa sua! Sua e di tutti i suoi amici pelati del cazzo! Li hanno uccisi tutti, tutti! E adesso io lo ammazzo!-
Tolse la sicura al Carcano e fece fuoco, ma era troppo agitato e Fausto lo stava strattonando. Il colpo si perse nella boscaglia dietro la casa.
Fausto lo spinse violentemente e lo buttò a terra, dove Luca rimase.
Le lacrime presero a scorrere sulle sue guance, scavando solchi nella polvere.
-Sono morti.. sono morti..Giacomo, Guglielmo..-
Si mise in ginocchio e appoggiò le mani davanti a lui, sull’erba sporca di terra.
Pensò a Bepi, al Poli. A quando Giacomo lo aveva aiutato nella semina e a quando Luca aveva cenato con lui in cortile, un anno prima, con tutta la famiglia.
Passò un tempo indeterminato in quella sorta di apatia prima di sentire Fausto toccargli la spalla, tirarlo per un braccio e rimetterlo in piedi.
-Avanti, andiamo..- mormorò.
Luca si asciugò il viso, dimentico del mondo intorno a lui.
Probabilmente i soldati nemici stavano avanzando verso di loro ed era bene lasciare quel luogo.
Vide Fausto rimettere in piedi il soldato tedesco che tossì e si pulì la giacca strappata.
Era rimasto miracolosamente illeso, a parte qualche escoriazione e un botta dolorosa alla caviglia che lo faceva lievemente zoppicare.
Fausto raccolse da terra il Beretta di Luca e glielo ridiede insieme al Carcano.
Luca lo guardò.
Negli occhi di Fausto vibravano delle lacrime, a stento trattenute. Era pallido.
-Dobbiamo cercare di salire e ricongiungerci con il battaglione di Federico-.
Federico era il fratello di Guglielmo e si trovava sopra di loro, dietro il colle.
Iniziarono a camminare, in fila. Fausto davanti, il fucile Carcano in mano. Il soldato tedesco, con la nuca graffiata e sporca. Luca, il mitra Beretta spianato, la canna traforata rivolta davanti a lui.
Camminarono per circa un’ora e mezza, tra sentieri macchiati di rovi, che si infiltravano sul terreno come un’infezione, e alberi sottili ed appuntiti alcuni, robusti e frondosi altri. Il sole ormai stava per tuffarsi dietro i colli e il bosco diventava sempre più buio.
Fausto sperava di poter arrivare prima di notte, ma ad un tratto il tedesco dietro di lui inciampò e cadde.
Non furono più in grado di tirarlo su.
Decisero allora di fermarsi in quel punto e muoversi la mattina.
Il soldato dalla divisa grigia si mise faticosamente a sedere contro un albero e lì rimase, ansimando.
Luca si avvicinò a Fausto.
-Perché dobbiamo portarcelo dietro? E’ solo un peso, non fa che rallentarci. Sappiamo benissimo che ci stanno cercando, che sanno che siamo qui in giro. Se hanno i cani abbiamo ben poche speranze. Dovremmo liberarcene-.
Di fronte al silenzio del compagno, si volse a guardare il prigioniero.
Sembrava un fantasma, sempre nella stessa posizione, troppo stanco anche solo per allungarsi e prendere la borraccia d’acqua vicino a lui. Il sudore gli gocciolava dalle fronte sulle guance. Uno squarcio si apriva nei pantaloni all’altezza del ginocchio e lasciava intravedere una grossa escoriazione sulla pelle emaciata.
La sua mano si mosse verso la tasca della giacca.
Subito Luca gli fu addosso, divorando la distanza che li separava, puntandogli l’arma in volto.
-Tira fuori quello che hai lì dentro, e fallo lentamente-
Il tedesco lo guardò con gli occhi arrossati dal sudore e dalle lacrime, ed estrasse un pezzo di carta.
Luca glielo strappò di mano.
Subito il soldato ai suoi piedi emise un gemito disperato, allungandosi verso di lui per riprenderlo, gli occhi spalancati, l’espressione atterrita. Aveva la saliva alla bocca mentre compiva uno spasmo che trascendeva le sue capacità.
Lo sforzo fu tale che cadde di lato, le braccia allargate come ad abbracciare la terra sotto di lui.
Luca guardò la foto.
Ritraeva una donna e una bambina, abbracciate, sull’uscio di una casa.
La bambina, che doveva avere più o meno dieci anni, aveva i capelli chiari e le lentiggini sul viso, mentre la donna aveva capelli neri e un sorriso dolce.
Fausto rimise a sedere l’uomo. Prese la borraccia e gli diede da bere.
Luca rimase a guardare quella foto.
Cercava di cogliere ogni minimo dettaglio della casa che si vedeva sullo sfondo, dell’erba che sfiorava i tre gradini sopra i quali stavano la donna e la bambina. Le pensò vive, in carne ed ossa, colorate e vivaci,. La donna era forse una moglie affettuosa, che preparava la cena per il marito quando sarebbe tornato da lavorare, stanco ma sorridente nel vedere la propria bambina corrergli incontro con la sua bambola preferita.
Cercò disperatamente di trovare le differenze con sua madre e sua sorella.
Non ce la fece.
Nella sua mente rimase invece il pensiero che quell’uomo era a centinaia, forse migliaia di chilometri da casa, magari contro il suo volere, chiedendosi se avrebbe mai più rivisto le persone che amava.
Luca si chiese se avesse una fattoria, o un campo come il suo. Se amasse andare al bar il venerdì sera. Se avesse una madre in pensiero per lui.
Alla fine si chinò e rimise la foto nella tasca sul petto del soldato, che lo guardò e abbozzò a un fiacco sorriso.
-Grazie..- biascicò, incerto.
Luca infilò le mani nella tasca dei pantaloni ed estrasse un portafoglio sottile. Porse un foglietto al soldato.
Era una fotografia. Due donne, anche queste, sedute su una panca. Sua madre e sua sorella.
Il tedesco guardò la fotografia, poi Luca.
-Io.. ho visto già questa donna- disse -io ero.. a paese, giù.. abbiamo fermata ma nostro capitano è stato… cattivo, dice così, si? Trattata male… noi soldati mai piaciuto lui-.
Parlare sembrò procurargli molta fatica.
Luca capì che aveva visto sua madre il giorno in cui era stata maltrattata, ma non riuscì a dire niente. Il tedesco appoggiò il capo all’albero dietro di lui e non si mosse più.
Fausto si sedette vicino a Luca.
-Tu credi.. credi che voglia tornare a casa?-
L’amico lo guardò di sottecchi.
-Tutti i soldati vogliono tornare a casa. Lui è un soldato come gli altri. Ora lo vedi qui, così, ma prova a pensare se lo avessi incontrato in altre circostanze- Fausto spezzò un rametto tra le dita- Avreste magari bevuto insieme, lui avrebbe insistito per farti venire a cena a casa sua. Forse tu credi che non ami, non soffra se viene ferito? Che non muoia come moriamo noi, che non rimanga avvelenato dai gas? Ciò che cambia da lui a noi è solo una divisa. Ma non è diverso da noi, ha soltanto una diversa uniforme. E’ proprio così. Ha soltanto la sfortuna di avere l’uniforme sbagliata-.
Rimasero in silenzio, ascoltando il bosco.
Poi Luca sentì qualcosa che non erano i gufi e lo stormire delle fronde.
Sentì abbaiare.
I tedeschi avevano sguinzagliato i cani, ed erano più vicino di quanto pensassero.
Fausto prese le armi.
-Che cosa facciamo con lui?- chiese Luca
-Non lo so- rispose Fausto
-Vedrà dove andremo, dirà loro come trovarci-
-Lo vuoi uccidere?-
Luca rimase in silenzio. Ripensò alla donna e alla bambina dai capelli biondi.
-No- disse, guardando il tedesco che si era svegliato e inquieto li ascoltava, cercando disperatamente di capire cosa dicessero.
-Luca, muoviti, dobbiamo andarcene ora!-
Fausto si era già inerpicato sul sentiero.
-Va bene.. arrivo-
Luca si voltò, ma non si mosse.
Si girò poi verso il soldato tedesco e gli si avvicinò dopo ancora un attimo di esitazione.
Gli diede la propria borraccia con l’acqua e una delle due piccole pile elettriche che aveva con se.
Lo guardò ancora una volta negli occhi, non più come un nemico, o un tedesco. Lo guardò e lo vide semplicemente come un uomo che voleva tornare dalla propria famiglia.
Poi si volse, iniziò a inerpicarsi verso l’alto e scomparve nell’ombra.

-Wo sind sie hin gegangen?-. Dove sono andati.
La parole del comandante caddero su di lui.
Lo avevano trovato grazie alla pila dell’italiano. Un impulsivo gesto di misericordia di uno sconosciuto.
-Ich..-
Il comandante si chinò.
-Wo sind sie hin gegangen?- I cani ringhiavano. Ma forse era il comandante.
Si era fatto notare con quella luce slavata. I suoi compagni lo osservavano. Non gli avevano nemmeno chiesto come stava.
-Sie sind wider runter gegangen – Sono andati giù, rispose.
Il comandante lo guardò.
Sì erano andati giù.
Non su, giù.
Una sola parola, un mondo di differenza.
Fu così che il soldato tedesco ridiscese con la sua squadra da quel colle infernale.
Fu così che Luca e Fausto ebbero salva la vita.

Claudia


Claudia viveva un po’ tutti i giorni e un po’ tutti i giorni moriva.
A volte non si ricordava di essersi già lavata i denti prima di dormire, oppure si trovava a voler accendere a tutti i costi la televisione con il cellulare.
Spesso si sorprendeva a vagare sul parquet di casa senza meta e una volta le era capitato di cercare di riempire d’acqua, per cena, lo scolapasta.
La sera prima aveva dato due volte da mangiare al gatto.
Durante l’intreccio complesso della giornata, Claudia sapeva quali erano i momenti migliori e, senza dubbio, i momenti peggiori.
Quando la sera si fermava a guardare fuori dai vetri, che la separavano dal tramonto con due strati di liscia indifferenza, si rendeva conto che quello era il momento peggiore.
Non c’era un inizio o una fine dei pensieri: i dubbi e le mezze verità stridevano tra loro creando un gran frastuono, coperto solo dal ritmico rombo degli aerei che passavano sopra il tetto.
Si sentiva piccola, incapace di strappare quella camicia di forza invisibile che le avviluppava la schiena. Pensava a tutto quello che le mancava, a tutto quello che non si sentiva di essere; sentiva una bestia impazzita strapparle brandelli di carne dal cuore.
Claudia puntò un po’ di smeraldo nel bianco del soffitto e le pupille si restrinsero.
Si versò un po’ di succo d’arancia nel bicchiere ma, quando fece per berlo, si accorse che il bicchiere era vuoto: aveva lasciato un’altra volta il tappo sulla bottiglia.
Si appoggiò allo schienale, guardando le foto appese a un filo con delle mollette; in mezzo ai sorrisi, tra lo stereo e le coperte piegate, c’era anche lei.
Il mondo era diventato all’improvviso un gigantesco turbinio di colori e odori, che puntavano tutti verso lo stesso punto.
Si sentì invadere da quella sensazione di amara euforia, di ruvida tristezza. Felice e triste allo stesso tempo; perché le pareva di voler camminare sull’acqua e le sembrava di star galleggiando nella polvere.
Claudia non guardava veramente il viso di nessuno, perché ne aveva in mente in uno solo.
Claudia si sentiva come una bambina che voleva toccare le nuvole.
Claudia si sentiva piena di forza e senza speranza.
Claudia era innamorata.

Erba e Sangue


L’amore e l’odio sono due strade dritte e parallele.
Sulla prima ci sono pietre e sassi appuntiti e taglienti che, come tanti cocci di bottiglia frastagliati, si infilano tra le dita dei piedi, sotto le unghie, tagliano la carne, bucano i talloni, fanno esplodere i tendini.
L’altra, invece, è terra battuta: non presenta né buche né ciottoli; di tanto in tanto un ciuffo d’erba taglia la via perpendicolarmente, regalando freschezza al cammino.

Entrambi sentieri si affrontano a piedi nudi.
Non abbiamo infatto protezione alcuna da ciò sopra cui camminiamo.
La Strada delle Bottiglie Rotte taglia e ferisce ma rende i piedi resistenti e duri, agili e attenti: non sarà facile riuscire a bucarli e a farli sanguinare ancora.
La Via Erbosa invece lascia tutto come prima, anzi, ci rende teneri e sensibili, malleabili dall’esterno.
Ma, mentre la prima Strada ci porta a tenere la testa china e le mani in tasca, per concentrarci solo suo nostri piedi, sul nostro dolore e sulla capacità e possibilità di schivarlo, eluderlo, l’altra Via ci permette di camminare guardando l’orizzonte dei nostri pensieri: ci consente di osservare le altre persone.
Gli uomini sognatori si tagliano i piedi. Credono fortemente che il prossimo pezzo di strada sarà la Via Erbosa.
I realisti schivano il dolore. Essi sperano che la via diventi sgombra e alzano di poco la testa.
Gli uomini saggi, infine, riescono a percorrere entrambe le vie senza tagliarsi né ammorbidirsi.
Non tutti camminano allo stesso modo, ma camminano tutti.
Camminano tutti.

Tracce – Racconto Concorso Luserna 2011


Dopo la soprprendente partecipazione al concorso di Luserna del 2010, sorprendente perché.. bhè poi vi spiego!, ho deciso di ritentare anche quest’anno. L’altranno ho vinto e, chissà, magari mi va bene anche questa volta! =)
Dicevamo sorprendente.. siamo sinceri: un concorso letterario e di poesia di Luserna San Giovanni, voi chi credereste che parteciperebbe? Due montanari, una pecora e… io. Ebbene, mi sono dovuto ricredere. Su tutti i partecipanti (ed erano veramente tanti, se non sbaglio più di 50 in tutto, ma forse minimizzo) ce n’erano in realtà solo 2 della Val Pellice. Due capite? Io e un’altra. Tutti gli altri venivano dalla Svizzera (la Svizzera!) dalla Francia (Garçons?? Tiè!) e da altre regioni d’Italia (se non sbaglio una veniva da Ravenna, ma non ne sono certo). Insomma, una piacevolissima sorpresa, che dà sicuramente più lustro e sfizio alla competizione. Rieccomi allora in prima linea con questo nuovo racconto più un altro ch epotete trovare, sempre qui in queste pagine, con il nome di “Note Vuote”. Mi hanno telefonato dicendomi di venire alla premiazione, questo 5 Febbraio. Dicono che ci sarà una bella sorpresa. Speriamo ^^.

Ora bando alle ciance e ciancio alle bande.
Eccovi il racconto.
-Rullo di tamburi (pernacchia)-

 

Tracce

Come un bruco dispettoso, il grosso autocarro blindato soffiò una nube di polvere sul volto di Amlina. Poi si allontanò, ridacchiando con quel suo verso rugginoso, come se la stesse prendendo in giro.
Amlina si strofinò gli occhi e aspettò che la polvere si posasse a terra. Fece due passi e si ritrovò in mezzo a un letto di sabbia che tagliava in due il suo villaggio: la strada.
Piena di buche, sassi e profondi solchi lasciati dai cingolati.
Per lei non esisteva niente di meglio per far passare il carretto di suo padre, il giorno del mercato.
Aveva sentito parlare delle autostrade: tappeti di pietra nera, sopra le quali centinaia e centinaia di mostri come quello che era appena passato davanti alla sua casa di fango si rincorrevano, si agitavano, sfilavano e sfrecciavano.
Doveva essere orribile. Chissà quanta polvere alzavano tutti insieme.
Altri due passi e raggiunse l’altro lato della strada. Si incamminò verso il pozzo, con il vaso per l’acqua in mano.
Il suo vestito grigio le sfiorava le caviglie mentre muoveva i piccoli piedi sulla terra dei suoi padri.
Amlina era una bambina strana.
Tanto per cominciare, andava tutti i giorni a prendere l’acqua da sola, senza mai farsi accompagnare; inoltre non aveva paura di osservare qualunque cosa, a lungo, tanto che a volte suo padre doveva dirle di essere meno sfrontata. Non era così che una donna si doveva comportare.
Una folata di vento le scompigliò i fini capelli scuri, e Amlina dovette chinare il capo per ripararsi dalla sabbia del deserto.
Passò di fianco all’ultima casa di fango prima del pozzo, ben sapendo degli abitanti che borbottavano astiosi vedendola passare.
Avrebbe dovuto essere accompagnata, dicevano, e nascondevano le proprie bambine e le loro mogli perché non prendessero il cattivo esempio.
Amlina però non ci faceva caso.
Finalmente il pozzo: un foro nella terra tra la sabbia che volava intorno.
C’era poca acqua quel giorno, e Amlina fece parecchia fatica a riempire il vaso che aveva portato con sé.
Dopo l’operazione si concedette un minuto per riposarsi e soddisfare quella voglia di guardarsi intorno che solo i bambini hanno.
C’erano due adulti che parlavano a una decina di metri da lei dietro un piccolo carretto vuoto, avvolti nelle loro vesti ingrigite dal deserto; un cane si aggirava con il naso attaccato a terra, fermandosi ogni tanto a masticare qualcosa trovato tra un pezzo di terra e un ciottolo.
A parte questo, nulla si muoveva.
Fu lì che il tenente McConnel la vide la prima volta.
Piccola e stanca, con i piedi sporchi per aver camminato su strade che non erano strade, cercando dell’acqua che non era dell’acqua. Mollemente appoggiata sul bordo di quel pozzo che sembrava un foruncolo del deserto.
Al tenente sembrava così innocente e fragile da non capire come potesse crescere in mezzo a tanta desolazione, tanta morte.
Sebbene fosse ad una distanza considerevole da lei e fosse fuori dal campo visivo della piccola, si sentiva quasi nudo, in imbarazzo con la divisa mimetica, l’MP5 a tracolla e l’elmetto in capo.
Lo spazio tra loro due era come attraversato da un filo magnetico e si sentiva squadrato da capo a piedi da quella piccola figura così forte e così debole allo stesso tempo, che sembrava poterlo vedere chiaramente, anche senza guardarlo.
Un elmetto, un fucile e una divisa alle spalle di una bambina. Il tenente si sentiva inadeguato.
Dal suo primo incarico in un villaggio aveva odiato la sabbia che si infilava tra i denti, nei capelli, negli occhi, che gli screpolava senza pietà le labbra e la pelle. Aveva odiato anche dover stare tra dei bambini con delle armi in bella mostra, cariche e pronte a dispensare la morte al minimo inconveniente, al minimo equivoco.
Ma non aveva mai provato niente del genere prima di allora, prima di incontrare quella bambina, che ancora non si era girata, ancora fissava i due uomini che parlavano e gesticolavano vicino al loro carretto.
McConnel sperava non si voltasse verso di lui.
Era sicuro che sul suo volto avrebbe potuto leggere la sofferenza di tutto un popolo, avrebbe potuto scorgere i suoi peccati.
Amlina si alzò, riprendendo il vaso colmo d’acqua.
McConnel iniziò a camminare con lei, lasciando i suoi compagni di squadra dietro la casa alle sue spalle.
Si aspettava che la bambina passasse tra le case, attraversasse la strada e entrasse in una abitazione qualsiasi, perciò si stupì molto nel vedere che volgeva i suoi piccoli passi a destra, ed entrava in un vicolo.
Il tenente la seguì senza farsi notare.
Amlina procedette sicura, mostrando di aver già percorso quella strada numerose volte. Dopo qualche minuto le case finirono e si ritrovò in campo aperto.
Davanti a lei, solo il deserto.
Nel cuore di Amlina si stemperò un sorriso che le arrivò fino alle labbra mentre puntava decisa verso una casupola più piccola delle altre, l’ultima a far parte del nucleo del villaggio.
Scostò un lenzuolo azzurro ed entrò.
McConnel si avvicinò silenzioso a una finestra dai contorni scrostati, senza il vetro, e sbirciò dentro.
L’interno della casa era sporco e angusto; in mezzo all’unica stanza stava un materasso sgualcito, in mezzo a un mare di lattine, pezzi di plastica e indumenti luridi.
Su quel materasso, un uomo anziano rantolava, sputando fuori dai polmoni la sabbia del deserto in brevi sussulti.
Amlina si avvicinò e sussurrò qualcosa che il soldato non comprese, poi versò un po’ d’acqua dal vaso a un pentolino che aveva raccolto per terra e lo porse al moribondo.
Mentre l’uomo beveva, la piccola trasse dalle pieghe del vestito un pezzo di pane e del formaggio e, mentre il vecchio si cibava con quelle poche briciole, lei gli lavò il capo e il torso, sempre con una parola dolce, con un sorriso o un gesto affettuoso.
Agli occhi del soldato sembrava quasi una presenza ultraterrena, un piccolo angelo dai vestiti laceri.
Si chiese se abitasse davvero in una di quelle case dai muri cadenti, dai pavimenti sporchi; se si tappasse le orecchie anche lei quando sentiva scoppiare le bombe, se avesse mai pianto per la morte di un amico, un parente, un vicino di casa.
O forse, si disse, quel piccolo corpo era soltanto un ricettacolo per uno spirito che non era legato a questo mondo.
Lo capiva dal modo in cui muoveva le mani, da come scivolava in punta di piedi senza lasciare traccia.
C’era poi quella sensazione che gli faceva venire la pelle d’oca: era come se la bambina sapesse che lui era lì, come se fosse conscia della sua inquietudine che filtrava attraverso l’aria e trovava ristoro nell’osservarla.
Il tenente non seppe quanto tempo fosse rimasto fuori dalla finestra, scomodo, osservando i gesti di pietà e d’amore di una bambina che da quando era nata aveva probabilmente visto più sofferenza di quanto fosse lecito vedere a un qualunque essere umano.
Il sole stava scendendo a toccare le dune, a Ovest, sciogliendo la sabbia in uno scuro color cenere, quando finalmente Amlina lasciò i muri ruvidi di quella casa.
Tutto quello che McConnel riusciva a fare era seguirla, guardandola fluttuare come un filo d’erba al vento.
Amlina si diresse fuori dal villaggio, verso il deserto.
Forse non voleva attraversare nuovamente le case, magari quella strada era più rapida, o forse voleva semplicemente rimanere sola mentre camminava sulla sua bellissima e deturpata terra.
Il tenente non poteva più seguirla senza dare nell’occhio e fece un unico passo, solo per guardarla allontanarsi.
Una piccola anima che si prendeva cura ogni giorno di un altro essere umano.
Nella terra del sangue e dell’irrazionalità, un gesto come quello acquisiva un’importanza oltre ogni significato.
Amlina ormai scompariva dietro a un grande cumulo di sabbia.
McConnell provò il desiderio di fermarla, toccarla, accertarsi che fosse vera, e i suoi piedi si mossero senza che lui lo volesse.
Il suo anfibio rimase impigliato in qualcosa di duro. Incuriosito abbassò lo sguardo e con il calcio del fucile scoprì dalla sabbia un filo metallico acuminato, che capì proseguire per un lungo perimetro oltre le case.
Un filo spinato dimenticato da molto tempo, che indicava la presenza di un solo tipo di pericolo.
Mine antiuomo.
McConnell non seppe mai se l’idea di trovarsi a pochi passi da un campo minato gli attraversò la mente prima o dopo che un boato scuotesse l’aria e la saturasse di sabbia.
Si schermò gli occhi con la mano.
Pezzi di terra cadevano a terra; dietro di lui, qualche volto spaventato uscì per metà dalle case.
Tutti videro danzare, sul vento leggero della sera, un sottile drappo grigio.
Una testimonianza, un simbolo gentile.
Amlina aveva trovato la strada più breve per tornare a casa.

Rampiè – Il mondo visto dall’alto


La cosa più divertente dell’arrampicata, è che potresti morire sul serio.
Ma non è così forse anche nella vita?
Siamo tutti appesi a dei rinvii all’interno dei quali facciamo passare le nostre corde.
Speriamo che quei rinvii tengano così, anche dovessimo perdere per un attimo la presa, ci permetterebbero di tornare su, di non farci male. Ma non ne siamo mai sicuri.
L’importante è avere dei rinvii solidi.
Questo Francesco lo sapeva, mentre faceva sicura a Giulia che saliva venti metri sotto di lui.
La giornata era tersa, di quelle che mettono energia in ogni singolo movimento.
I suoi capelli scompigliati dall’aria mattutina non gli davano fastidio; sotto le unghie sentiva la presenza acida della magnesite, quasi come se avesse potuto assaporarla sulla punta delle labbra.
Davanti ai suoi occhi una parete di roccia chiara si allungava verso il cielo; dietro di lui si apriva il mondo.
Le nuvole lambivano le creste e i colli più bassi, quasi a voler nascondere un mondo che con la bellezza di quelle rocce aveva poco a che fare.
Francesco tese la corda, e le fettucce con le quali era assicurato alla parete scricchiolarono sinistramente.
Un rumore che avrebbe impressionato tanti, ma non lui, abituato al suono della fune mentre dondola, assuefatto al rumore del frantumarsi della roccia. Erano suoni che gli dicevano che andava tutto bene, che era tutto a posto, che era a casa.
A trecento metri dal suolo.
Giulia scelse finalmente l’ultimo appoggio per il piede e si sollevò, arrivando all’altezza di Francesco.
Gli sorrise, luminosa e bellissima come sempre, gli occhi azzurri che sembravano ladri di cielo.
Fu il momento di Francesco di salire.
Si staccò dalla parete dopo che Giulia si fu assicurata e fu pronta ad assicurarlo a sua volta con il dispositivo a secchiello.
-Bello vero?-
Lei lo guardò.
-Bellissimo-
Poi Francesco guardò in su e non smise di farlo fino alla fine.
La scelta di ogni appiglio, sul quale le dita cercano freneticamente un punto d’appoggio, dura solo un secondo. Eppure è esattamente in quel secondo che ci rendiamo conto se la presa reggerà oppure no.
Quel secondo, all’improvviso, è tutto ciò che abbiamo tra l’avanzare e il cadere.
Oltre ai rinvii.
Francesco sapeva di avere il rinvio migliore che potesse esistere sotto di lui. Era per questo che si arrampicava con tanta sicurezza: sapeva che non sarebbe mai caduto così in basso da farsi male.
Meccanicamente, Francesco spostò i piedi per avere un appiglio più comodo. Una volta trovatolo fece pressione sulla suola di gomma spessa e allungò un braccio, issandosi.
Era l’ultimo tiro, prima della punta.
Continuò così, gamba, piede, spinta, braccio.
In meno di una decina di muniti era arrivato in cima.
Fece sicura per Giulia e, quando finalmente anche lei arrivò dov’era lui, Francesco si accorse davvero dove si trovava.
Come un fulmine in una notte all’apparenza tranquilla, la vista gli si aprì e il cuore fece altrettanto. Era come se gli esplodesse la testa e gli occhi uscissero fuori dalle orbite dalla gioia.
Attorno a lui, non c’era più alcun ostacolo, nessun limite verso la linea dell’orizzonte.
Si sedette su una piccola roccia, in quello che era il loro piccolo salotto di un paio di metri quadrati.
Forse era scomodo, oppure pericoloso, ma cosa importava?
Due piccole anime sulla punta di un dito roccioso, a più di tremila metri sopra il mare. Ecco cos’erano.
Sotto di loro, le nubi si rincorrevano, ruotavano, si fondevano e si disfacevano, in un ciclo senza tempo.
Loro stessi erano usciti dal tempo, per fermarsi dove il tempo contavo poco e si rivelava per quello che era: un’invenzione dell’essere umano, un patetico tentativo di rivendicare la propria presenza e dare dei limiti ai propri desideri e sogni.
Il silenzio era penetrante.
Entrava nelle orecchie e non usciva più; bombardava ogni fibra di Francesco di emozioni fortissime, con colori vivaci quanto quasi il blu del cielo sopra le loro testa, talmente azzurro che Francesco si aspettava si sciogliesse da un momento all’altro, nemmeno fosse vernice fresca sull’intonaco.
Attorno a loro, solo qualche uccello osava sfidare le altezze vertiginose delle montagne.
Giulia si sedette vicino a Francesco, e gli prese la mano.
Rimasero lì un minuto, un’ora, tutto un pomeriggio.
Sotto i loro piedi si stendeva un mondo caotico, frenetico. Denti acuminati sporgevano tra le bianche nubi.
Altre isole di pace, come la loro.
La natura attorno se ne stava apparentemente immobile, piena di vita, instancabile e invincibile.
Li zittiva con il suo silenzio, che sembrava essere la somma di tutti i rumori che potevano provenire da laggiù, in basso.
Il grigio della roccia lasciava spazio al verde chiaro dei prati, poi ai boschi di smeraldo e, infine, alle forme che si addolcivano nelle colline, si appiattivano nelle pianure, chilometri e chilometri d’innanzi a loro.
Non c’era nulla da dire mentre la sottile caligine delle nubi più alte artigliava le sassaie, o quando il fischio di una marmotta faceva eco al vento, e né Giulia né Francesco parlarono.
Di tanto in tanto, si udiva un mesto rombo di massi che scivolavano dai versanti interni delle cime più alte, invisibili ma imponenti: suoni primordiali, tributi di potenza.
In tanta immensa bellezza, i due ragazzi sentivano il cuore scoppiare, farsi grande per poter carpire, assaggiare anche solo per pochi attimi quello che li circondava.
Davanti, dietro di loro. alla loro destra e alla loro sinistra ogni filo d’erba, ogni foglia su un ramo di un albero frusciava, gemeva, sussurrava e parlava loro contemporaneamente con una lingua antica come le pietre sulle quali erano seduti.
E così per ogni prato, che aveva milioni di fili d’erba, e per ogni collina, che aveva migliaia di alberi con miliardi foglie.
L’aria si saturava di quei messaggi di vita, così maestosi eppure così impalpabili.
Alle loro orecchie arrivavano tutti quei suoni, così tanti e belli che solo il silenzio sapeva render loro giustizia, imprimendo a fuoco nell’animo di chi sapeva ascoltare emozioni uniche.
Ognuna di quelle note era come un piccolo fuoco acceso, baluginante e meraviglioso.
Erano in mezzo a miliardi di stelle che brillavano.
Giulia appoggiò il capo sulla spalla di Francesco.
Ora tutto era perfetto.

Andragos e Pistios – Vincitore del concorso di Luserna


Tema libero, quindi avevo mille opportunità. Mi sono rifatto al mito dell’Eneide per la storia, mentre i nomi dei due derivano da due parole greche esistenti (modificate opportunamente), come anche il nome di Phobos (che però non è stato modificato).

=)

La luce del sole giocava con la spada di latta che era appoggiata tra l’erba alta e verde, a riposare, mandando bagliori chiari e allegri sul volto del ragazzo bruno che stava seduto accanto a lei.
Era una giornata di vento leggero e il cielo era terso, solcato da alcune strisce di nubi che lo rigavano quasi per dispetto. Ai piedi del giovane uomo si stendeva la campagna della sua infanzia e della sua adolescenza; l’unico rumore che si poteva ascoltare era il respiro dell’erba che lo nascondeva alla vista e il cantare degli uccelli sui rami degli alberi vicini, disposti in filari a perdita d’occhio.
-Ehi, Pistios- disse sorridendo, ad occhi chiusi -Hai mai sognato di volare?-
Pistios si stese appoggiando la testa vicina a quella del suo amico, una delle spade di latta con le quali avevano giocato stretta in pugno, mettendosi nel verso opposto in maniera parallela del primo giovane. Aprì gli occhi celesti e guardò l’azzurro sopra di lui, come se gli potesse fornire la risposta.
-No mai. E tu Andragos?-
-Quasi sempre. Quasi ogni notte-.
-E com’è?- Pistios staccò un filo d’erba e se lo mise in bocca, prima di accavallare le gambe.
-Meraviglioso. Un giorno mi piacerebbe saperlo fare. Volare come un’aquila, come fanno gli dei, vedere tutto dall’alto, poter andare dove mi pare. Libertà, ecco cosa sarebbe-.
Pistios non rispose, ma capiva perfettamente cosa Andragos intendesse dire.
Una rondine passò tracciando una macchia fumosa sul celeste di quel cielo primaverile, che faceva da tetto sopra la loro gioventù. -Andare lassù, dove osano camminare le nuvole-
La voce di Andragos si ruppe e calò il silenzio tra i due, interrotto solo dal rumore dei sogni che riempivano le loro menti. Un silenzio assordante.

L’aria era immobile mentre il cavaliere si chinava sul collo della sua cavalcatura e esaminava le tracce sul terreno. La sua armatura chiara e le sue vesti bianche erano sporche di terra. Attorno a lui il sottobosco era immerso in una penombra azzurrina propria dei minuti precedenti all’alba e tutto era avvolto da una pesantezza tipica del sonno profondo di tutte le cose.
Le tracce erano chiare e inequivocabili, ma lui non era tranquillo.
-Pistios, trovato niente?- Un secondo cavaliere sopraggiunse alle spalle del primo. Portava una lancia sottile e cingeva, come il suo compagno, una spada corta. Il suo cavallo era nero come l’inchiostro.
-Sì. Le tracce sono molto chiare-
-Bene!- fece l’altro -Allora non ci dovrebbero essere troppi problemi.
-Al contrario: sono un po’ preoccupato, Androgos, amico mio- Pistios corrugò la fronte.
-Non capisco- esclamò l’altro.
Pistios fece voltare il suo baio e indicò una serie di tracce. -Secondo le nostre informazioni, dovrebbero essere in poco meno di venti. Un gruppo così composto può facilmente nascondere le proprie tracce, specialmente in un terreno come questo-.
Si guardò intorno con i suoi occhi chiari. La guerra che li aveva portati fino in quella regione che non conoscevano li aveva fatti diventare cauti. La morte che avevano visto avvicinarsi sempre di più, camuffata da spada o da freccia li aveva resi ancora più attaccati alla vita. Più volte i due si erano salvati la vita a vicenda, e quella missione di ricognizione era come tante altre.
-Sai che quegli idioti degli Ischioti non vanno mai tanto per il sottile. Si saranno dimenticati-
-È certamente come dici tu, ma questo posto non mi piace. Torniamo al campo. Ti devo ancora una calice di vino per ieri sera – rispose Pistios sorridendogli, memore che poche ore prima Andragos aveva dichiarato i suoi sentimenti alla ragazza che egli amava da tempo. Andragos stesso sorrise, ripensando alla medesima sera e alla felicità che aveva provato quando si era scoperto contraccambiato.
Pistios diede di sperone al suo cavallo facendolo voltare del tutto, mettendolo al passo, lo sguardo fisso sugli alberi scuri e silenziosi.
Fu in quel momento che il cavallo di Andragos si abbattè al suolo, in un nitrito disperato che si trasformò in un cupo gorgoglio di sangue.
Una freccia gli aveva reciso la trachea, mentre altre due lo avevano centrato nell’ampio ventre. Andragos fu sbalzato di sella e cadde rovinosamente, rialzandosi a fatica. Dal bosco irruppero urlando una decina di uomini; erano armati di spade e lance ma sprovvisti di scudi e vestivano armature di cuoio sottile. Truppe leggere.
Pistios domò il suo cavallo, innervosito e spaventato dall’odore del sangue e dalla comparsa degli uomini urlanti, portandolo tra Andragos e gli avversari, permettendo al primo di alzarsi e raccogliere la sua lancia.
Una freccia colpì il cavallo di Pistios, che si impennò violentemente, sbalzando l’esploratore a terra. Pistios si rialzò velocemente ed estrasse la spada, mettendosi fianco a fianco con Andragos. Contò rapidamente i nemici. Erano almeno undici. Troppi.
-Pistios..- mormorò l’altro, stringendo convulsamente l’asta della lancia.
-Tranquillo Andragos. Ne usciremo- disse con voce bassa Pistios, mentre il suo cavallo nitriva spaventato, girando in cerchio e alzando polvere dal terreno.
I nemici li avevano accerchiati, approfittando del relativo spazio tra gli alberi. Erano uomini dalle barbe incolte e dalla pelle sporca. Vagabondi più che soldati; gli Ischioti erano rinomati per stringere alleanze con chiunque potesse servirli, fossero essi barbari o greci.
Un grosso uomo, dalla pelle del viso solcata dalle cicatrici e con un occhio completamente vitreo e cieco sputò in terra e parlò in un greco stentato.
-Luridi e schifosi mangia vermi! Ora io e miei ragazzi ci divertiremo un po’ con voi!-
Senza aspettare alcun segnale, tutti gli altri nemici si buttarono addosso ai due esploratori.
Pistios vide la paura affacciarsi sul volto del suo migliore amico, e tutti i loro attimi passati insieme si fusero nella sua mente.
No, non poteva finire tutto così, alla mercè di una decina di rozzi barbari.
Fece un giro su se stesso e abbattè il primo uomo mozzandogli la testa di netto. Il sangue gli schizzò la veste e lui approfittò dello stupore degli avversari dietro al primo per attaccarli, colpendone uno all’inguine e un altro allo stomaco, compiendo un elegante arabesco con la spada. In quel momento una freccia lo raggiunse a tradimento e gli si piantò tra le costole. Il respiro gli si mozzò, fu disarmato e tenuto a terra, ma non lo uccisero.
Da quella posizione potè orribilmente vedere il suo amico per terra, trattenuto da due di quegli uomini orrendi che ridevano sguaiatamente, pregustando il divertimento.
-Ehi Deimos, questo qui si agita un po’ troppo!- esclamò un uomo dalle orecchie piccole che stava immobilizzando Androgos mentre tentava di liberarsi, disperatamente.
Deimos, l’uomo che per primo aveva parlato loro, si avvicinò, senza che Pistios potesse agire in alcun modo.
Non potè fare nulla quando quello che doveva essere il capo dal volto coperto dalle cicatrici snudò la propria spada.
Non potè fare nulla quando vide la lama penetrare nella schiena di Andragos inchiodandolo a terra; nulla, se non guardare gli occhi del suo compagno spalancarsi, perdere tutta la loro vitalità mentre la vita usciva da dentro di lui insieme al sangue dalla sua ferita, mentre il ferro infieriva sulla sua carne.
L’ultimo sguardo di Andragos si perse nel vuoto, senza vedere il viso del suo amico che lo stava guardando.
L’assassino rise. Rise del suo omicidio a sangue freddo e senza motivo. Rise per una vita presa e gettata via senza alcun riguardo e risero anche i suoi compagni. Una risata che non aveva nulla di umano, una risata che era stata pagata con il prezzo di un amicizia.
Quando Pistios riuscì a liberare la mano destra e a colpire in un occhio chi lo teneva per terra, tutti stavano ancora ridendo.
Quando prese la spada dalle mani dell’uomo che urlando si teneva l’occhio destro che grondava sangue, avevano iniziato a smettere; quando Pistios fu in piedi, smisero del tutto.
Il giovane greco si gettò verso Deimos. Tra tutti cercava solo Deimos, voleva soltanto Deimos.
La rabbia gli bruciava le vene, le lacrime quasi lo accecavano, ma vide chiaramente la paura sul volto dell’uomo che aveva ucciso il suo amico.
Immerse la spada fino all’elsa nel suo petto, udendo le costole scricchiolare e rompersi, mentre il suo nemico sputava il sangue che proveniva dai polmoni perforati.
Provò pena e compassione per lui in un primo momento.
Poi provò gioia quando sentì una spada trapassargli il robusto muscolo del femore e passare da parte a parte la sua gamba destra, e altre due lame penetrargli nella schiena e aprirsi un passaggio nelle sue viscere, per sbucare dal suo stomaco.
Prima che tutti si accanissero su di lui, alzò lo sguardo, in alto, verso il cielo.
L’azzurro sopra la sua testa gli sorrideva, calmo, con il sorriso di un amico perduto.
Provò gioia nuovamente, perchè capì che presto avrebbe ritrovato il suo compagno, ovunque egli fosse in quel momento.
Guardò lassù, nell’infinito azzurro.
Lassù, dove osavano camminare le nuvole.
E i suoi occhi più non videro.