Pin


Aveva quattordici anni e stava per morire.
Lo aveva capito quando l’uomo in bianco dalle mani senza odore aveva scosso la testa.
In verità sapeva da tempo che stava arrivando il momento del vuoto.
Si sentiva come legato a un elastico che lo trascinava penosamente verso una piccola porta buia.
Poteva impuntarsi, lottare, ma alla fine avrebbe ceduto, perché la conclusione era chiara come la giornata nella quale si stava svegliando.
Respirò a fondo, inalando l’odore dell’erba, delle formiche, dei fiori che si aprivano, dello scarico del fuoristrada passato trecento metri più in là.
Come ogni mattina cercò di annusare il profumo dei raggi del sole, senza riuscirci.
Erano chiari e diritti, eppure non avevano alcun odore.
Un vero mistero.
Tornò sui suoi passi, a testa bassa.
Si stese nell’erba e lasciò che il suo tempo passasse.

*

Erano le quattordici e Andrea stava facendo girare la chiave nella toppa.
Dentro, ad aspettarlo, gli odori familiari di casa sua.
Entrando, colse il proprio riflesso nel piccolo specchio tondo sul muro: un ragazzo travestito da uomo, con dei capelli neri che probabilmente otto ore prima erano stati pettinati.
Andrea posò la propria valigetta e si slacciò tre bottoni della camicia con una stanchezza quasi calcolata.
Per fortuna ora arrivava uno dei momenti più piacevoli della giornata.
Si spostò guidato dall’abitudine verso la porta a vetri della cucina ed uscì in giardino.
Il freddo lo aggredì nuovamente, ma questa volta l’assalto fu quasi piacevole, come un familiare che ti accoglie con rude bonarietà.
Poi la carica di una macchia marrone chiaro con una coda mulinante e due occhi neri come la notte e caldi d’amore.
Andrea gli afferrò il muso tra le mani.
-Ciao bestia..- sussurrò nelle orecchie pelose, grandi quanto i suoi palmi.
Con le dita gli grattò dietro le testa e il cane chiuse gli occhi, beato.
Pin entrò dentro casa facendosi strada fino in salotto e si accomodò regalmente sul tappeto, la lingua a penzoloni che sembrava dover cadere a terra da un momento all’altro.
Camminare fino a lì lo aveva già stancato.
Andrea chiuse fuori il freddo, mise i piedi nelle ciabatte e si avvicinò alla scrivania sotto al finestrone nella sala del piano terra, l’unico di casa sua.
Il lavoro lo aspettava, ma il respiro di Pin gli avrebbe ricordato che c’era altro oltre ai documenti sui quali doveva chinare il capo.
Si sedette sulla sedia.
Pin appoggiò il muso sul suo piede e lui iniziò a scrivere.

*

Aveva quattordici anni e non era mai stato più felice.
Era steso sul pavimento con il suo nuovo regalo che gli annusava tutto contento la faccia.
Due occhi vispi osservavano dappertutto; un nasino umido e caldo si ficcava in ogni angolo.
Un cane, tutto per lui!
Lo guardò mentre saltava sul tappeto, girava in tondo sul pavimento chiaro, correva scompostamente verso le scale, faceva un gradino e poi scendeva, la coda troppo ingombrante che sembrava sbattere ovunque andasse.
Era tutto uno scalpiccio, un annusare, un leccare.
Andrea incrociò le gambe e lo chiamò.
Pin si avvicinò, nella maniera scoordinata tipica dei cuccioli. Si accoccolò con la testa sul ginocchio del ragazzino, diede qualche scodinzolata e si addormentò.

*

-Ci dispiace moltissimo-.
Erano state le ultime parole prima di cadere nel vuoto.
Che cazzo gliene fregava che il medico si dispiacesse?
Non era lui ad aver camminato tutta la vita su un maledetto pontile, che piovesse o tirasse vento.
E adesso che suo padre non c’era più, proprio il vento non sapeva accarezzarlo come faceva lui quando era bambino.
Rispetto dei protocolli di sicurezza. Lo straordinario per portare i figli in vacanza.
Morti bianche. Imbragature inadeguate. Lavoro. Sicurezza. Protocolli.
Rispetto.
Suo padre era diventato un numero da mettere in bocca ai giornalisti, gli stessi che contavano i morti come i bambini contano i passaggi a livello durante un viaggio in treno e poi subito si stancano.
L’unica cosa che contava invece per il padrone dell’azienda era dimenticare e far dimenticare.
Suo padre, che lo portava ai giardini per imparare ad andare in bicicletta, che non aveva mai mancato di rispetto a nessuno e che si guadagnava la dignità come il pane.
-Lui aveva cento volte la vostra dignità!- aveva urlato contro la pioggia, contro i dirigenti che scansavano la stampa, contro tutti -Non sapete un cazzo di quel che vuol dire lavorare! Voi mi fate schifo!-.
Pin non aveva lasciato la camera di Andrea per settimane.
Ogni tanto lui prendeva un biscotto accanto al letto e lo affidava alle cure del cane, lasciandosi dare una leccata affettuosa.
Fuori, i vetri piangevano di pioggia per una casa con le luci accese attorno a un vuoto.

*

Lei si chiamava Annalisa.
Non aveva i fianchi da modella ma possedeva un sorriso forte, di quelli che ti accendono.
E due occhi che potevano scriverti nell’anima parole indelebili.
La mattina in cui si conobbero, Pin era scappato, sgattaiolato fuori dal cancello nella fresca mattina primaverile, come se qualcuno lo avesse chiamato.
Andrea non dovette cercarlo a lungo: Pin era steso beatamente a pancia all’aria, mentre una ragazza dai folti capelli castani gli grattava la pancia.
Quando Andrea arrivò, in principio aveva intenzione di porgere le sue scuse e riportare il cane in tutta fretta a casa, e saltare in macchina verso il lavoro.
Poi la guardò negli occhi, e le parole gli morirono in gola, strozzate, prima che potessero emettere il loro primo respiro.
Sentì nello stomaco una curiosa sensazione, come quando si scende velocemente lungo una discesa ripida.
Era così bella che sembrava rubargli il respiro.
Lei, da dentro il vestito leggero color verde scuro, disse nella maniera più naturale del mondo: -Hai un bellissimo cane-.
-Grazie..-
-Forse però è il caso di riportarlo dentro: con tutte le macchine che girano- sorrise lei.
Andrea si chinò con un “Sì” a mezza voce, cercando inutilmente il collare nero di Pin in mezzo al pelo folto.
Lei si chinò.
-Aspetta, lascia fare a me-.
Andrea notò quanto chiara fosse la sua pelle, dove il collo si fondeva con la spalla scoperta.
Quando si muoveva, anche l’aria era più fresca.
-Ecco fatto- disse lei agganciando il guinzaglio al collare.
Sorrise.
-Allora arrivederci-
-Arrivederci..- fu tutto ciò che fu in grado di dire Andrea.
Lei si voltò e iniziò ad allontanarsi.
Andrea pensò al suo lavoro, alla giornata che lo aspettava.
Non rimpianse mai il lampo di coraggio che gli permise di rincorrerla.
Quella giornata la passò nel suo bar preferito, in compagnia della sua futura moglie. Fuori dai vetri lucidi e trasparenti il mondo invecchiava mentre loro si sorridevano, giovani e innamorati.
Pin venne ricompensato generosamente con diversi biscotti.

*

Andrea smise di scrivere quando sentì la pressione di Pin sulla gamba.
Capì subito che qualcosa non andava: il cane aveva il respiro pesante, con un sibilo alla fine.
Si mise a gambe conserte sul tappeto e lo strinse a sé.
Pin sapeva benissimo di essere arrivato alla fine del suo viaggio. Era felice.
Andrea lo guardò negli occhi, per fargli capire il cane formidabile che era stato.
Non ci fu bisogno di parlare.
Pin si allungò per dare a un ragazzino quattordicenne un’ultima timida leccata sulla guancia.
Poi la sua testa ricadde, e un raggio di sole chiaro e diritto lo illuminò.
Pin lo annusò.
Sapeva di biscotto.

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Claudia


Claudia viveva un po’ tutti i giorni e un po’ tutti i giorni moriva.
A volte non si ricordava di essersi già lavata i denti prima di dormire, oppure si trovava a voler accendere a tutti i costi la televisione con il cellulare.
Spesso si sorprendeva a vagare sul parquet di casa senza meta e una volta le era capitato di cercare di riempire d’acqua, per cena, lo scolapasta.
La sera prima aveva dato due volte da mangiare al gatto.
Durante l’intreccio complesso della giornata, Claudia sapeva quali erano i momenti migliori e, senza dubbio, i momenti peggiori.
Quando la sera si fermava a guardare fuori dai vetri, che la separavano dal tramonto con due strati di liscia indifferenza, si rendeva conto che quello era il momento peggiore.
Non c’era un inizio o una fine dei pensieri: i dubbi e le mezze verità stridevano tra loro creando un gran frastuono, coperto solo dal ritmico rombo degli aerei che passavano sopra il tetto.
Si sentiva piccola, incapace di strappare quella camicia di forza invisibile che le avviluppava la schiena. Pensava a tutto quello che le mancava, a tutto quello che non si sentiva di essere; sentiva una bestia impazzita strapparle brandelli di carne dal cuore.
Claudia puntò un po’ di smeraldo nel bianco del soffitto e le pupille si restrinsero.
Si versò un po’ di succo d’arancia nel bicchiere ma, quando fece per berlo, si accorse che il bicchiere era vuoto: aveva lasciato un’altra volta il tappo sulla bottiglia.
Si appoggiò allo schienale, guardando le foto appese a un filo con delle mollette; in mezzo ai sorrisi, tra lo stereo e le coperte piegate, c’era anche lei.
Il mondo era diventato all’improvviso un gigantesco turbinio di colori e odori, che puntavano tutti verso lo stesso punto.
Si sentì invadere da quella sensazione di amara euforia, di ruvida tristezza. Felice e triste allo stesso tempo; perché le pareva di voler camminare sull’acqua e le sembrava di star galleggiando nella polvere.
Claudia non guardava veramente il viso di nessuno, perché ne aveva in mente in uno solo.
Claudia si sentiva come una bambina che voleva toccare le nuvole.
Claudia si sentiva piena di forza e senza speranza.
Claudia era innamorata.