Pin


Aveva quattordici anni e stava per morire.
Lo aveva capito quando l’uomo in bianco dalle mani senza odore aveva scosso la testa.
In verità sapeva da tempo che stava arrivando il momento del vuoto.
Si sentiva come legato a un elastico che lo trascinava penosamente verso una piccola porta buia.
Poteva impuntarsi, lottare, ma alla fine avrebbe ceduto, perché la conclusione era chiara come la giornata nella quale si stava svegliando.
Respirò a fondo, inalando l’odore dell’erba, delle formiche, dei fiori che si aprivano, dello scarico del fuoristrada passato trecento metri più in là.
Come ogni mattina cercò di annusare il profumo dei raggi del sole, senza riuscirci.
Erano chiari e diritti, eppure non avevano alcun odore.
Un vero mistero.
Tornò sui suoi passi, a testa bassa.
Si stese nell’erba e lasciò che il suo tempo passasse.

*

Erano le quattordici e Andrea stava facendo girare la chiave nella toppa.
Dentro, ad aspettarlo, gli odori familiari di casa sua.
Entrando, colse il proprio riflesso nel piccolo specchio tondo sul muro: un ragazzo travestito da uomo, con dei capelli neri che probabilmente otto ore prima erano stati pettinati.
Andrea posò la propria valigetta e si slacciò tre bottoni della camicia con una stanchezza quasi calcolata.
Per fortuna ora arrivava uno dei momenti più piacevoli della giornata.
Si spostò guidato dall’abitudine verso la porta a vetri della cucina ed uscì in giardino.
Il freddo lo aggredì nuovamente, ma questa volta l’assalto fu quasi piacevole, come un familiare che ti accoglie con rude bonarietà.
Poi la carica di una macchia marrone chiaro con una coda mulinante e due occhi neri come la notte e caldi d’amore.
Andrea gli afferrò il muso tra le mani.
-Ciao bestia..- sussurrò nelle orecchie pelose, grandi quanto i suoi palmi.
Con le dita gli grattò dietro le testa e il cane chiuse gli occhi, beato.
Pin entrò dentro casa facendosi strada fino in salotto e si accomodò regalmente sul tappeto, la lingua a penzoloni che sembrava dover cadere a terra da un momento all’altro.
Camminare fino a lì lo aveva già stancato.
Andrea chiuse fuori il freddo, mise i piedi nelle ciabatte e si avvicinò alla scrivania sotto al finestrone nella sala del piano terra, l’unico di casa sua.
Il lavoro lo aspettava, ma il respiro di Pin gli avrebbe ricordato che c’era altro oltre ai documenti sui quali doveva chinare il capo.
Si sedette sulla sedia.
Pin appoggiò il muso sul suo piede e lui iniziò a scrivere.

*

Aveva quattordici anni e non era mai stato più felice.
Era steso sul pavimento con il suo nuovo regalo che gli annusava tutto contento la faccia.
Due occhi vispi osservavano dappertutto; un nasino umido e caldo si ficcava in ogni angolo.
Un cane, tutto per lui!
Lo guardò mentre saltava sul tappeto, girava in tondo sul pavimento chiaro, correva scompostamente verso le scale, faceva un gradino e poi scendeva, la coda troppo ingombrante che sembrava sbattere ovunque andasse.
Era tutto uno scalpiccio, un annusare, un leccare.
Andrea incrociò le gambe e lo chiamò.
Pin si avvicinò, nella maniera scoordinata tipica dei cuccioli. Si accoccolò con la testa sul ginocchio del ragazzino, diede qualche scodinzolata e si addormentò.

*

-Ci dispiace moltissimo-.
Erano state le ultime parole prima di cadere nel vuoto.
Che cazzo gliene fregava che il medico si dispiacesse?
Non era lui ad aver camminato tutta la vita su un maledetto pontile, che piovesse o tirasse vento.
E adesso che suo padre non c’era più, proprio il vento non sapeva accarezzarlo come faceva lui quando era bambino.
Rispetto dei protocolli di sicurezza. Lo straordinario per portare i figli in vacanza.
Morti bianche. Imbragature inadeguate. Lavoro. Sicurezza. Protocolli.
Rispetto.
Suo padre era diventato un numero da mettere in bocca ai giornalisti, gli stessi che contavano i morti come i bambini contano i passaggi a livello durante un viaggio in treno e poi subito si stancano.
L’unica cosa che contava invece per il padrone dell’azienda era dimenticare e far dimenticare.
Suo padre, che lo portava ai giardini per imparare ad andare in bicicletta, che non aveva mai mancato di rispetto a nessuno e che si guadagnava la dignità come il pane.
-Lui aveva cento volte la vostra dignità!- aveva urlato contro la pioggia, contro i dirigenti che scansavano la stampa, contro tutti -Non sapete un cazzo di quel che vuol dire lavorare! Voi mi fate schifo!-.
Pin non aveva lasciato la camera di Andrea per settimane.
Ogni tanto lui prendeva un biscotto accanto al letto e lo affidava alle cure del cane, lasciandosi dare una leccata affettuosa.
Fuori, i vetri piangevano di pioggia per una casa con le luci accese attorno a un vuoto.

*

Lei si chiamava Annalisa.
Non aveva i fianchi da modella ma possedeva un sorriso forte, di quelli che ti accendono.
E due occhi che potevano scriverti nell’anima parole indelebili.
La mattina in cui si conobbero, Pin era scappato, sgattaiolato fuori dal cancello nella fresca mattina primaverile, come se qualcuno lo avesse chiamato.
Andrea non dovette cercarlo a lungo: Pin era steso beatamente a pancia all’aria, mentre una ragazza dai folti capelli castani gli grattava la pancia.
Quando Andrea arrivò, in principio aveva intenzione di porgere le sue scuse e riportare il cane in tutta fretta a casa, e saltare in macchina verso il lavoro.
Poi la guardò negli occhi, e le parole gli morirono in gola, strozzate, prima che potessero emettere il loro primo respiro.
Sentì nello stomaco una curiosa sensazione, come quando si scende velocemente lungo una discesa ripida.
Era così bella che sembrava rubargli il respiro.
Lei, da dentro il vestito leggero color verde scuro, disse nella maniera più naturale del mondo: -Hai un bellissimo cane-.
-Grazie..-
-Forse però è il caso di riportarlo dentro: con tutte le macchine che girano- sorrise lei.
Andrea si chinò con un “Sì” a mezza voce, cercando inutilmente il collare nero di Pin in mezzo al pelo folto.
Lei si chinò.
-Aspetta, lascia fare a me-.
Andrea notò quanto chiara fosse la sua pelle, dove il collo si fondeva con la spalla scoperta.
Quando si muoveva, anche l’aria era più fresca.
-Ecco fatto- disse lei agganciando il guinzaglio al collare.
Sorrise.
-Allora arrivederci-
-Arrivederci..- fu tutto ciò che fu in grado di dire Andrea.
Lei si voltò e iniziò ad allontanarsi.
Andrea pensò al suo lavoro, alla giornata che lo aspettava.
Non rimpianse mai il lampo di coraggio che gli permise di rincorrerla.
Quella giornata la passò nel suo bar preferito, in compagnia della sua futura moglie. Fuori dai vetri lucidi e trasparenti il mondo invecchiava mentre loro si sorridevano, giovani e innamorati.
Pin venne ricompensato generosamente con diversi biscotti.

*

Andrea smise di scrivere quando sentì la pressione di Pin sulla gamba.
Capì subito che qualcosa non andava: il cane aveva il respiro pesante, con un sibilo alla fine.
Si mise a gambe conserte sul tappeto e lo strinse a sé.
Pin sapeva benissimo di essere arrivato alla fine del suo viaggio. Era felice.
Andrea lo guardò negli occhi, per fargli capire il cane formidabile che era stato.
Non ci fu bisogno di parlare.
Pin si allungò per dare a un ragazzino quattordicenne un’ultima timida leccata sulla guancia.
Poi la sua testa ricadde, e un raggio di sole chiaro e diritto lo illuminò.
Pin lo annusò.
Sapeva di biscotto.

Note vuote


Un brano di qualche settimana fa. Dovrebbe essere triste, toccante, struggente. Spero vi piaccia e vi regali le stesse emozioni rispetto al brano al quale mi sono ispirato.

Luirin era uscito da poco da palazzo. Aveva, dopo l’incontro con il re e suo figlio, assistito a diverse riunioni per decidere a proposito di alcune leggi e provvedimenti. Erano state riunioni lunghe e tediose, poiché i politici erano lenti e restii a prendere decisioni senza un loro tornaconto personale, e Luirin spesso usciva dalle stanze di riunione nauseato al pensiero che quegli uomini egoisti e avidi governassero la città.
Si avvolse nel mantello turchese come un cielo di primavera, per proteggersi dai refoli di vento aguzzi che si levavano a quell’ora, quando il sole proiettava ombre sulle case e una luce liquida e ramata scorreva per le strade.
Camminava, il passo svelto e sicuro, la schiena dritta.
Nella mano stringeva un piccolo carillion metallico, che aveva comprato durante quella camminata di ritorno dal palazzo reale.
Era sicuro che sarebbe piaciuto alla sua bambina.
Girò l’angolo e si trovò d’innanzi alla sua dimora, una bella casa a due piani bianca, con il tetto così ricoperto di muschio e fiori da non lasciar intravedere il materiale di cui era fatto realmente. Tutto intorno, un fresco giardino accoglieva i suoi passi.
Entrò, e gli sembrò di essersi lasciato il mondo alle spalle, come se avesse oltrepassato una bolla di sapone.
Quel giardino era, in effetti, un regalo del re di tanti anni addietro, in cambio dei servigi che la famiglia di Luirin aveva reso al popolo di Athluntynos, e vi si respirava un profumo magico e rilassante, che aveva la capacità di far cadere chiunque in un dolce sonno, se solo avesse posato la testa sull’erba soffice e succosa.
Da quando la sua amata consorte Suviel era però rimasta uccisa pochi mesi prima, quella casa non era più la stessa.
V’era un vuoto incolmabile tra quelle mura. Un dolore sordo e invisibile, anche se sempre presente.
Quel terribile giorno riviveva spesso nelle notti più agitate, quando sembrava che le lenzuola volessero stritolarlo e il materasso di piume fosse ripieno di aghi.
Era successo il mattino del primo giorno d’estate.
Luirin si trovava al palazzo, quando una serva era entrata di corsa, le mani sporche di sangue, dicendo che una donna stava morendo nel giardino, dopo essere stata trafitta da una freccia.
Tutti si precipitarono fuori, poiché un atto di tale violenza era assai inusuale nella Città Blu, per di più contro una donna.
Lui si era avvicinato, curioso, e grande fu il suo stupore, immensa la sua rabbia e profondissima la sua disperazione nel vedere la sua amata Suviel giacere nell’erba resa scura dal sangue.
Luirin si era gettato su di lei, stringendola a sé come mai aveva fatto, urlando il suo sconcerto, mentre sua moglie gli lanciava un ultima occhiata implorante prima di cadere nel vuoto, come se si fosse voluta aggrappare alla vita con la forza di quello sguardo.
Varcò la soglia della sua abitazione e ritornò al presente.
C’era un sottile profumo di incenso nell’aria e lentamente le tensioni della giornata lavorativa si andavano allentando.
-Ariel, tesoro, papà è a casa- chiamò.
Dal giorno della morte della sua bellissima moglie, solo la figlia, un vero dono delle Acque, aveva permesso a Luirin di poter continuare a vivere.
Lei era come una boccata di aria fresca: piccola, fragile e bella come la madre, dai capelli dorati e gli occhi azzurri come il fiume che scendeva da Ovest e attraversava la città, salendo fin sopra il palazzo.
Ascoltava ogni giorno i racconti delle sue infantili avventure: una volta aveva salvato una rondine, un’altra invece aveva visto sbocciare un fiore.
Quando ritornava nella sua dimora, nella pace del suo giardino, non vedeva l’ora di riabbracciarla.
Non ottenne risposta al suo richiamo, poiché probabilmente la piccola atlantidea si trovava dietro la casa, nell’altro lembo di giardino.
Luirin si avviò verso il retro dell’abitazione.
-Bambina mia, papà ti ha portato il regalo che ti aveva promesso-
Mentre tornava a casa, aveva pensato anche alla fiaba da raccontarle quella sera, come era d’abitudine da quando era nata, dopo averle rimboccato le coperte.
Girò l’angolo certo di trovarla a giocare con un fiore, o a cantare con gli uccellini e le rondini, come spesso succedeva, ma non la vide.
Non capì. Forse era in casa e non l’aveva sentito?
Stava per tornare indietro, quando una macchia bianca ai piedi del loro melo preferito attirò il suo sguardo.
Pensò fosse un lenzuolo sotto il quale Ariel si era nascosta: si divertiva a nascondersi e a farsi trovare dal padre, che si gustava poi la sua risata squillante quando la prendeva in braccio.
-Chissà dove si sarà nascosta questa volta?- disse con falsa ingenuità stando al gioco, per farsi udire dalla figlia
Non vedeva l’ora di darle il regalo.
Si avvicinò al telo e vide che era macchiato di rosso nella parte rivolta verso l’erba.
Il suo sorriso svanì.
-Ariel, piccola. Papà è qui, avanti alzati-.
Raccolse la pallida testolina bionda che spuntava dalla veste e la tirò a sé; guardò la fronte liscia, accarezzò le guance morbide e i capelli dorati di sua figlia.
Avrebbe potuto essere addormentata, se non fosse stato per la goccia di sangue che scivolava dalle sue labbra sul suo mento. Era bellissima come sempre ed esangue come non mai.
Sul suo collo sottile, una ferita piccola ma profonda disegnava una curva come di un sorriso demoniaco.
Il carillion gli cadde dalle mani.
Baciò i capelli di suo figlia e la strinse, mentre dentro di lui qualcosa si rompeva, e la sua anima andava definitivamente in frantumi.
Un grido di dolore uscì dai suoi occhi e divenne lacrima.
Gli sembrò di stringere fra le braccia il corpo della moglie e di essere tornato all’incubo di sette anni prima.
Dopo alcuni interminabili minuti aprì le mani e lasciò andare sua figlia per sempre. Si alzò e barcollò verso la casa, gli occhi sbarrati, increduli.
Attorno a lui, le foglie frusciavano al vento della sera che cresceva e diventava notte; gli uccellini fischiavano il loro ultimo canto della giornata come al solito.
Dal giardino si alzò, lenta e dolce, la musica di un carillion.

Incipit sull’Incipit – Athluntynos


Eridul camminava.
Come aveva fatto prima della battaglia, come aveva fatto dall’inizio del tempo. Non si era mai chiesto il motivo di questo suo movimento, ma sarebbe stato come chiedersi il perché dell’alternarsi delle stagioni, o del perché l’acqua fosse bagnata.
Egli camminava perchè era lui stesso il tempo, lo scorrere di un ruscello, l’invecchiare delle foglie.
E ora passava in mezzo a quella terra rossa come il sangue, in mezzo ai cadaveri mutilati e putrescenti di quella battaglia che aveva contribuito a scatenare.
I corvi volavano sopra le cortine di fumo che si sprigionavano dalle torce e dai bracieri accesi e rovesciati.
Nulla più rimaneva delle urla, delle cariche poderose: solo un vuoto silenzio e il lamento del vento.
Un uomo, con la giubba di cuoio impregnata di sangue, rantolava poco distante, mentre un corvo grande come un cane di piccola taglia gli beccava la spalla sinistra.
Il dio continuò il suo percorso, perchè non poteva fermarsi e perché il tempo non si ferma mai per nessuno, nemmeno davanti alla morte.
Attorno a lui mille e mille corpi senza vita, tanti come foglie di un albero, caduti al primo vento autunnale.
In mezzo al nulla e alla morte, calpestando dita e viscere, Eridul camminava.

Innocente


“Quando stai per morire non ti importa più di piegare bene i vestiti sulla sedia, o di toglierti le scarpe accanto al letto; né ti interessa sapere se la squadra di baseball per la quale tenevi da bambino, quella a cui facevi il tifo con tuo padre, può vincere il campionato.
Tutti quei gesti, così naturali, così insignificanti, acquisiscono un’importanza enorme. E cadono, come schegge di vetro, attraverso un domani che non ti aspetta più.
E’ strana la sensazione di non avercelo più, un domani, di non poter nemmeno più usare un verbo al futuro.
I progetti per i tempi a venire scoloriscono e cadono nell’oblio. Ogni viso, ogni oggetto impresso nella nostra mente diventa ultraterreno e distante.
Persino muoversi, mangiare, respirare perde senso.
Ogni azione passata diventa futile e ci si rende conto di essersi affaticati tanto per niente.
E’ una sensazione orribile, proiettata da un futuro incerto e lontano a un presente fin troppo immediato e doloroso.
Tutto diventa insipido, inutile, senza scopo.
Come se venisse tagliata via una parte di anima.
Un’anima che sa di essere innocente.”

La Vista del Sangue – Prefazione per un concorso della città di Torino


La vista del sangue aveva sempre sconvolto Giulia, per questo aveva impiegato quasi dieci minuti a chiamare la polizia.
Era rimasta aggrappata alla maniglia della porta del salotto, quasi sperando che richiudendola tutto sarebbe tornato a posto, tutto si sarebbe cancellato dalla sua memoria.
Ma non era stato così.
Si sforzò di non vomitare e si premette una mano davanti alla bocca, mentre barcollava verso i gradini freddi dell’androne, fuori dall’appartamento.
Nella sua mente flash improvvisi balenavano impietosi.
Rivide la striscia di sangue larga quanto lei che usciva dal bagno e attraversava il corridoio, impregnando il parquet chiaro, mentre la televisione accesa nel salotto trasmetteva ad alto volume i soliti gossip da due soldi.
Strinse forte la ringhiera di ferro al suo fianco e si rannicchiò su se stessa, scossa da un brivido.
I capelli castani, lunghi e mossi, cadevano disordinatamente a coprirle il viso.
Si ritrovò a piangere senza emettere alcun suono, gli occhi castani che liberavano lacrime salate.
Il corpo di Luca era riverso a pancia in giù, in una posa plastica, composta. Un braccio era rivolto all’indietro; l’altro, girato in avanti, sembrava voler raggiungere il tavolino di legno sopra il tappeto che avevano comprato insieme una domenica mattina di un mese prima, quasi a raggiungere la tazza di tè ancora fumante poggiata lì sopra.
Non l’avrebbe più bevuta.
Ascoltò i propri singhiozzi, mentre la luce artificiale delle scale immacolate spandeva il suo falso bianco sui muri puliti tra una porta e l’altra. Rimbalzavano nel silenzio.
Il silenzio.
Qualcuno aveva spento la televisione!
Mentre Giulia alzava inorridita la testa, comprendendo cosa quel particolare volesse dire, anche la luce tremolò e si spense.
La ragazza represse un grido, terrificata.
Erano delle luci a tempo, così di moda negli anni novanta, che dopo un po’ si spegnevano.
Respirando affannosamente, cercò un punto luminoso su cui basarsi.
Doveva assolutamente riaccendere la luce, senza si sentiva cieca!
Si alzò a tentoni, le ginocchia molli e il fiato corto.
Sì! La piccola luce rossa, che senza l’oscurità quasi non si vedeva, era la sua salvezza.
“Ancora un passo.. solo un altro passo..”
Allungò la mano: ce l’aveva quasi fatta!
In quel momento la luce inondò nuovamente l’androne e Giulia scoprì di essere a pochi centimetri dal pulsante.
Qualcuno l’aveva già premuto per lei.
Non ebbe tempo di gridare, quando una mano le tirò indietro la testa.
Sentì il gelido abbraccio di una lama, che le disegnò un sorriso cremisi da un orecchio all’altro.
Illogicamente, la ragazza pensò che si sarebbe sporcata di sangue la camicetta bianca, ma presto anche quel pensiero scomparve e cadde nel vuoto.

Fine del Gioco


Nella mente passarono stralci di conversazioni, parole e discorsi infiniti mentre lasciava che l’acqua scorresse liberamente nella vasca.
La sua mente era come un gioco per bambini: per quanto girasse vorticosamente, era sempre al punto di partenza.
Chiuse l’acqua e rimase a fissarla. Non aveva più voglia di farsi un bagno caldo.
Le differenze esistono solo perché continuiamo a dire che non esistono.
Lasciò defluire l’acqua calda che con un lento gorgoglio scomparve alla vista, risucchiata dalla gravità di un ignobile foro.
Oh, se solo avesse potuto far scomparire tutto il resto con la medesima facilità, che giornata gloriosa sarebbe stata.
Se sapeste quanto siamo ridicoli con le nostre patetiche maschere.
Si vestì lentamente, passando tra i raggi caldi del sole mattutino, che invadevano la stanza con fare geometrico. Era in piedi da un’ora, e ne aveva dormite a malapena due.
Il chiarore del mattino lo aveva attratto come una calamita, e le sue particelle si erano disposte a cerchio attorno all’idea di uscire di casa, come della polvere di ferro.
Si infilò le scarpe e con fare distratto imboccò la strada davanti alla sua piccola casa bassa.
Il cielo sgombro lo risollevava un poco, la strada libera gli dava sicurezza nel passo.
Apparire.
Non se la sentiva di stare in mezzo alla gente. Tuttavia non poteva andare in mezzo alla natura come aveva voluto fare a inizio giornata: qualcosa gli diceva che non avrebbe dovuto allontanarsi troppo.
Più diventava adulto, è più si scopriva meno libero.
Le macchine sciabordavano al suo fianco, fastidiose come solo il rumore del mare sapeva essere.
Aveva voglia di fare tante cose, e ogni cosa si sovrapponeva alla precedente, annullandola del tutto. Ne sarebbe rimasta solo una, se la sua mente non avesse pensato di disporsi a cerchio come tutti i giorni.
Era indeciso tra prendere a pugni qualcuno o addormentarsi e cercare di scoprire fino a che punto avrebbe potuto far finta di essere morto.
Essere uno spirito.
Vedere il mondo da fuori e poi riavvolgere la cassetta sarebbe stata un’esperienza niente male.
Sicuramente meglio che passare sotto un cartellone elettorale di un bugiardo dai canini bianchi a sfondo blu.
Le strisce pedonali formarono una barriera tra un pensiero e l’altro.
Dall’altro lato una donna piangeva in silenzio ad un tavolino di un bar, due cioccolate e una sedia vuota.
Attraversò la strada senza guardare.
Forse lo voleva.
Uno stridio.
Fine del gioco, vecchio mio.

Gli Occhi dell’Ombra


Ecco un racconticino piccino picciò dall’incipit fisso di un elfo che trova una moneta. Deve rimanere sotto le 3000 battute e devo mandarlo poi ad un concorso. Ditemi le vostre impressioni!! =)

L’elfo si stupì nel trovare quella moneta.
Il piccolo essere dalle orecchie a punta mordicchiò l’oggetto, tenendolo tra le sue lunghe dita.
Diede ancora un’occhiata alla terra smossa ai suoi piedi e storse il naso all’odore pungente che proveniva dallo scavo. Un fetore dolciastro che, come una carezza, gli scivolava sulle guance, lo attirava e lo ripugnava allo stesso tempo.
Ai suoi piedi, un volto con occhi senza palpebre digrignava i denti alla falce di luna che illuminava di sbieco le lapidi e le pietre delle tombe.
Il giovane non si prese la briga di risotterrare il corpo che aveva esumato.
Aveva creduto di trovare poco o nulla, come su tutti gli altri corpi sui quali frugava da anni. Invece questa volta aveva trovato di più.
Sogghignò, il volto pallido che sembrava sbiadire nella luce dell’astro notturno; un vento gelido corse attraverso le lapidi, come un sospiro di un altro mondo, quando le dita si chiusero imprigionando nella mano dell’elfo ciò che avrebbe dovuto permettere all’anima del defunto il viaggio verso i suoi avi.
Si incamminò lentamente verso l’uscita del cimitero. Era una serata come un’altra, e quello per lui era un cadavere come un altro.
Ogni passo che faceva, però, sentiva sempre più su di sé degli occhi appuntiti. Tre volte si girò, e tre volte non scorse nulla.
Percepiva una presenza, fumosa come una sensazione.
Qualcuno lo guardava dal buio.
Fu preso dalla voglia di abbandonare quelle lapidi, denti che laceravano il terreno. Attraversò le ombre delle lastre marmoree con il proprio passo e voltò le spalle a quel luogo di morte.
Voltò le spalle al cadavere dissotterrato di suo padre.
*
Aveva perso il conto dei giorni, il giovane elfo. Giorni trascorsi gridando contro l’oscurità, contro chi lo fissava ogni attimo dal nero più profondo.
Le sue orecchie erano invase da orribili bisbiglii e sussurri che non gli davano tregua, che lo tenevano sveglio la notte e gli martellavano la testa.
Stava lentamente impazzendo e non riusciva a salvarsi.
Le sue mani rasparono il pavimento sporco della camera. Si era svegliato di nuovo di soprassalto e piangeva sommessamente, il ventre a terra.
Si accorse di essersi ferito a una mano e un lieve tintinnio gli rivelò di aver rotto lo specchio accanto al letto.
Nella sua mente una rivelazione si fece strada all’improvviso: strisciante, velenosa, fredda come il vetro che la sua mano iniziava a stringere.
Il tocco sottile sulla sua carne bollente fu come quello di un vecchio amico.
Vi fu un attimo di pace mentre il raschiare del gelido oggetto tagliente contro l’osso del polso copriva le voci senza fine.
Mentre la vita gocciolava via da lui, il piccolo ragazzo osservò la sua moneta.
La vista gli si offuscò, e dall’oscurità balzò fuori lei.
La sua coscienza uscì fuori dalla nera ombra della sua mente, ad osservarlo con occhi senza palpebre.
L’immagine di ciò che una volta era stato suo padre si chinò e raccolse il piccolo disco giallo.
Poi scomparve, e la morte sibilò nelle sue orecchie parole d’oblio