Claudia


Claudia viveva un po’ tutti i giorni e un po’ tutti i giorni moriva.
A volte non si ricordava di essersi già lavata i denti prima di dormire, oppure si trovava a voler accendere a tutti i costi la televisione con il cellulare.
Spesso si sorprendeva a vagare sul parquet di casa senza meta e una volta le era capitato di cercare di riempire d’acqua, per cena, lo scolapasta.
La sera prima aveva dato due volte da mangiare al gatto.
Durante l’intreccio complesso della giornata, Claudia sapeva quali erano i momenti migliori e, senza dubbio, i momenti peggiori.
Quando la sera si fermava a guardare fuori dai vetri, che la separavano dal tramonto con due strati di liscia indifferenza, si rendeva conto che quello era il momento peggiore.
Non c’era un inizio o una fine dei pensieri: i dubbi e le mezze verità stridevano tra loro creando un gran frastuono, coperto solo dal ritmico rombo degli aerei che passavano sopra il tetto.
Si sentiva piccola, incapace di strappare quella camicia di forza invisibile che le avviluppava la schiena. Pensava a tutto quello che le mancava, a tutto quello che non si sentiva di essere; sentiva una bestia impazzita strapparle brandelli di carne dal cuore.
Claudia puntò un po’ di smeraldo nel bianco del soffitto e le pupille si restrinsero.
Si versò un po’ di succo d’arancia nel bicchiere ma, quando fece per berlo, si accorse che il bicchiere era vuoto: aveva lasciato un’altra volta il tappo sulla bottiglia.
Si appoggiò allo schienale, guardando le foto appese a un filo con delle mollette; in mezzo ai sorrisi, tra lo stereo e le coperte piegate, c’era anche lei.
Il mondo era diventato all’improvviso un gigantesco turbinio di colori e odori, che puntavano tutti verso lo stesso punto.
Si sentì invadere da quella sensazione di amara euforia, di ruvida tristezza. Felice e triste allo stesso tempo; perché le pareva di voler camminare sull’acqua e le sembrava di star galleggiando nella polvere.
Claudia non guardava veramente il viso di nessuno, perché ne aveva in mente in uno solo.
Claudia si sentiva come una bambina che voleva toccare le nuvole.
Claudia si sentiva piena di forza e senza speranza.
Claudia era innamorata.

Annunci

La Vista del Sangue – Prefazione per un concorso della città di Torino


La vista del sangue aveva sempre sconvolto Giulia, per questo aveva impiegato quasi dieci minuti a chiamare la polizia.
Era rimasta aggrappata alla maniglia della porta del salotto, quasi sperando che richiudendola tutto sarebbe tornato a posto, tutto si sarebbe cancellato dalla sua memoria.
Ma non era stato così.
Si sforzò di non vomitare e si premette una mano davanti alla bocca, mentre barcollava verso i gradini freddi dell’androne, fuori dall’appartamento.
Nella sua mente flash improvvisi balenavano impietosi.
Rivide la striscia di sangue larga quanto lei che usciva dal bagno e attraversava il corridoio, impregnando il parquet chiaro, mentre la televisione accesa nel salotto trasmetteva ad alto volume i soliti gossip da due soldi.
Strinse forte la ringhiera di ferro al suo fianco e si rannicchiò su se stessa, scossa da un brivido.
I capelli castani, lunghi e mossi, cadevano disordinatamente a coprirle il viso.
Si ritrovò a piangere senza emettere alcun suono, gli occhi castani che liberavano lacrime salate.
Il corpo di Luca era riverso a pancia in giù, in una posa plastica, composta. Un braccio era rivolto all’indietro; l’altro, girato in avanti, sembrava voler raggiungere il tavolino di legno sopra il tappeto che avevano comprato insieme una domenica mattina di un mese prima, quasi a raggiungere la tazza di tè ancora fumante poggiata lì sopra.
Non l’avrebbe più bevuta.
Ascoltò i propri singhiozzi, mentre la luce artificiale delle scale immacolate spandeva il suo falso bianco sui muri puliti tra una porta e l’altra. Rimbalzavano nel silenzio.
Il silenzio.
Qualcuno aveva spento la televisione!
Mentre Giulia alzava inorridita la testa, comprendendo cosa quel particolare volesse dire, anche la luce tremolò e si spense.
La ragazza represse un grido, terrificata.
Erano delle luci a tempo, così di moda negli anni novanta, che dopo un po’ si spegnevano.
Respirando affannosamente, cercò un punto luminoso su cui basarsi.
Doveva assolutamente riaccendere la luce, senza si sentiva cieca!
Si alzò a tentoni, le ginocchia molli e il fiato corto.
Sì! La piccola luce rossa, che senza l’oscurità quasi non si vedeva, era la sua salvezza.
“Ancora un passo.. solo un altro passo..”
Allungò la mano: ce l’aveva quasi fatta!
In quel momento la luce inondò nuovamente l’androne e Giulia scoprì di essere a pochi centimetri dal pulsante.
Qualcuno l’aveva già premuto per lei.
Non ebbe tempo di gridare, quando una mano le tirò indietro la testa.
Sentì il gelido abbraccio di una lama, che le disegnò un sorriso cremisi da un orecchio all’altro.
Illogicamente, la ragazza pensò che si sarebbe sporcata di sangue la camicetta bianca, ma presto anche quel pensiero scomparve e cadde nel vuoto.