Note vuote


Un brano di qualche settimana fa. Dovrebbe essere triste, toccante, struggente. Spero vi piaccia e vi regali le stesse emozioni rispetto al brano al quale mi sono ispirato.

Luirin era uscito da poco da palazzo. Aveva, dopo l’incontro con il re e suo figlio, assistito a diverse riunioni per decidere a proposito di alcune leggi e provvedimenti. Erano state riunioni lunghe e tediose, poiché i politici erano lenti e restii a prendere decisioni senza un loro tornaconto personale, e Luirin spesso usciva dalle stanze di riunione nauseato al pensiero che quegli uomini egoisti e avidi governassero la città.
Si avvolse nel mantello turchese come un cielo di primavera, per proteggersi dai refoli di vento aguzzi che si levavano a quell’ora, quando il sole proiettava ombre sulle case e una luce liquida e ramata scorreva per le strade.
Camminava, il passo svelto e sicuro, la schiena dritta.
Nella mano stringeva un piccolo carillion metallico, che aveva comprato durante quella camminata di ritorno dal palazzo reale.
Era sicuro che sarebbe piaciuto alla sua bambina.
Girò l’angolo e si trovò d’innanzi alla sua dimora, una bella casa a due piani bianca, con il tetto così ricoperto di muschio e fiori da non lasciar intravedere il materiale di cui era fatto realmente. Tutto intorno, un fresco giardino accoglieva i suoi passi.
Entrò, e gli sembrò di essersi lasciato il mondo alle spalle, come se avesse oltrepassato una bolla di sapone.
Quel giardino era, in effetti, un regalo del re di tanti anni addietro, in cambio dei servigi che la famiglia di Luirin aveva reso al popolo di Athluntynos, e vi si respirava un profumo magico e rilassante, che aveva la capacità di far cadere chiunque in un dolce sonno, se solo avesse posato la testa sull’erba soffice e succosa.
Da quando la sua amata consorte Suviel era però rimasta uccisa pochi mesi prima, quella casa non era più la stessa.
V’era un vuoto incolmabile tra quelle mura. Un dolore sordo e invisibile, anche se sempre presente.
Quel terribile giorno riviveva spesso nelle notti più agitate, quando sembrava che le lenzuola volessero stritolarlo e il materasso di piume fosse ripieno di aghi.
Era successo il mattino del primo giorno d’estate.
Luirin si trovava al palazzo, quando una serva era entrata di corsa, le mani sporche di sangue, dicendo che una donna stava morendo nel giardino, dopo essere stata trafitta da una freccia.
Tutti si precipitarono fuori, poiché un atto di tale violenza era assai inusuale nella Città Blu, per di più contro una donna.
Lui si era avvicinato, curioso, e grande fu il suo stupore, immensa la sua rabbia e profondissima la sua disperazione nel vedere la sua amata Suviel giacere nell’erba resa scura dal sangue.
Luirin si era gettato su di lei, stringendola a sé come mai aveva fatto, urlando il suo sconcerto, mentre sua moglie gli lanciava un ultima occhiata implorante prima di cadere nel vuoto, come se si fosse voluta aggrappare alla vita con la forza di quello sguardo.
Varcò la soglia della sua abitazione e ritornò al presente.
C’era un sottile profumo di incenso nell’aria e lentamente le tensioni della giornata lavorativa si andavano allentando.
-Ariel, tesoro, papà è a casa- chiamò.
Dal giorno della morte della sua bellissima moglie, solo la figlia, un vero dono delle Acque, aveva permesso a Luirin di poter continuare a vivere.
Lei era come una boccata di aria fresca: piccola, fragile e bella come la madre, dai capelli dorati e gli occhi azzurri come il fiume che scendeva da Ovest e attraversava la città, salendo fin sopra il palazzo.
Ascoltava ogni giorno i racconti delle sue infantili avventure: una volta aveva salvato una rondine, un’altra invece aveva visto sbocciare un fiore.
Quando ritornava nella sua dimora, nella pace del suo giardino, non vedeva l’ora di riabbracciarla.
Non ottenne risposta al suo richiamo, poiché probabilmente la piccola atlantidea si trovava dietro la casa, nell’altro lembo di giardino.
Luirin si avviò verso il retro dell’abitazione.
-Bambina mia, papà ti ha portato il regalo che ti aveva promesso-
Mentre tornava a casa, aveva pensato anche alla fiaba da raccontarle quella sera, come era d’abitudine da quando era nata, dopo averle rimboccato le coperte.
Girò l’angolo certo di trovarla a giocare con un fiore, o a cantare con gli uccellini e le rondini, come spesso succedeva, ma non la vide.
Non capì. Forse era in casa e non l’aveva sentito?
Stava per tornare indietro, quando una macchia bianca ai piedi del loro melo preferito attirò il suo sguardo.
Pensò fosse un lenzuolo sotto il quale Ariel si era nascosta: si divertiva a nascondersi e a farsi trovare dal padre, che si gustava poi la sua risata squillante quando la prendeva in braccio.
-Chissà dove si sarà nascosta questa volta?- disse con falsa ingenuità stando al gioco, per farsi udire dalla figlia
Non vedeva l’ora di darle il regalo.
Si avvicinò al telo e vide che era macchiato di rosso nella parte rivolta verso l’erba.
Il suo sorriso svanì.
-Ariel, piccola. Papà è qui, avanti alzati-.
Raccolse la pallida testolina bionda che spuntava dalla veste e la tirò a sé; guardò la fronte liscia, accarezzò le guance morbide e i capelli dorati di sua figlia.
Avrebbe potuto essere addormentata, se non fosse stato per la goccia di sangue che scivolava dalle sue labbra sul suo mento. Era bellissima come sempre ed esangue come non mai.
Sul suo collo sottile, una ferita piccola ma profonda disegnava una curva come di un sorriso demoniaco.
Il carillion gli cadde dalle mani.
Baciò i capelli di suo figlia e la strinse, mentre dentro di lui qualcosa si rompeva, e la sua anima andava definitivamente in frantumi.
Un grido di dolore uscì dai suoi occhi e divenne lacrima.
Gli sembrò di stringere fra le braccia il corpo della moglie e di essere tornato all’incubo di sette anni prima.
Dopo alcuni interminabili minuti aprì le mani e lasciò andare sua figlia per sempre. Si alzò e barcollò verso la casa, gli occhi sbarrati, increduli.
Attorno a lui, le foglie frusciavano al vento della sera che cresceva e diventava notte; gli uccellini fischiavano il loro ultimo canto della giornata come al solito.
Dal giardino si alzò, lenta e dolce, la musica di un carillion.

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Incipit sull’Incipit – Athluntynos


Eridul camminava.
Come aveva fatto prima della battaglia, come aveva fatto dall’inizio del tempo. Non si era mai chiesto il motivo di questo suo movimento, ma sarebbe stato come chiedersi il perché dell’alternarsi delle stagioni, o del perché l’acqua fosse bagnata.
Egli camminava perchè era lui stesso il tempo, lo scorrere di un ruscello, l’invecchiare delle foglie.
E ora passava in mezzo a quella terra rossa come il sangue, in mezzo ai cadaveri mutilati e putrescenti di quella battaglia che aveva contribuito a scatenare.
I corvi volavano sopra le cortine di fumo che si sprigionavano dalle torce e dai bracieri accesi e rovesciati.
Nulla più rimaneva delle urla, delle cariche poderose: solo un vuoto silenzio e il lamento del vento.
Un uomo, con la giubba di cuoio impregnata di sangue, rantolava poco distante, mentre un corvo grande come un cane di piccola taglia gli beccava la spalla sinistra.
Il dio continuò il suo percorso, perchè non poteva fermarsi e perché il tempo non si ferma mai per nessuno, nemmeno davanti alla morte.
Attorno a lui mille e mille corpi senza vita, tanti come foglie di un albero, caduti al primo vento autunnale.
In mezzo al nulla e alla morte, calpestando dita e viscere, Eridul camminava.

La Vista del Sangue – Prefazione per un concorso della città di Torino


La vista del sangue aveva sempre sconvolto Giulia, per questo aveva impiegato quasi dieci minuti a chiamare la polizia.
Era rimasta aggrappata alla maniglia della porta del salotto, quasi sperando che richiudendola tutto sarebbe tornato a posto, tutto si sarebbe cancellato dalla sua memoria.
Ma non era stato così.
Si sforzò di non vomitare e si premette una mano davanti alla bocca, mentre barcollava verso i gradini freddi dell’androne, fuori dall’appartamento.
Nella sua mente flash improvvisi balenavano impietosi.
Rivide la striscia di sangue larga quanto lei che usciva dal bagno e attraversava il corridoio, impregnando il parquet chiaro, mentre la televisione accesa nel salotto trasmetteva ad alto volume i soliti gossip da due soldi.
Strinse forte la ringhiera di ferro al suo fianco e si rannicchiò su se stessa, scossa da un brivido.
I capelli castani, lunghi e mossi, cadevano disordinatamente a coprirle il viso.
Si ritrovò a piangere senza emettere alcun suono, gli occhi castani che liberavano lacrime salate.
Il corpo di Luca era riverso a pancia in giù, in una posa plastica, composta. Un braccio era rivolto all’indietro; l’altro, girato in avanti, sembrava voler raggiungere il tavolino di legno sopra il tappeto che avevano comprato insieme una domenica mattina di un mese prima, quasi a raggiungere la tazza di tè ancora fumante poggiata lì sopra.
Non l’avrebbe più bevuta.
Ascoltò i propri singhiozzi, mentre la luce artificiale delle scale immacolate spandeva il suo falso bianco sui muri puliti tra una porta e l’altra. Rimbalzavano nel silenzio.
Il silenzio.
Qualcuno aveva spento la televisione!
Mentre Giulia alzava inorridita la testa, comprendendo cosa quel particolare volesse dire, anche la luce tremolò e si spense.
La ragazza represse un grido, terrificata.
Erano delle luci a tempo, così di moda negli anni novanta, che dopo un po’ si spegnevano.
Respirando affannosamente, cercò un punto luminoso su cui basarsi.
Doveva assolutamente riaccendere la luce, senza si sentiva cieca!
Si alzò a tentoni, le ginocchia molli e il fiato corto.
Sì! La piccola luce rossa, che senza l’oscurità quasi non si vedeva, era la sua salvezza.
“Ancora un passo.. solo un altro passo..”
Allungò la mano: ce l’aveva quasi fatta!
In quel momento la luce inondò nuovamente l’androne e Giulia scoprì di essere a pochi centimetri dal pulsante.
Qualcuno l’aveva già premuto per lei.
Non ebbe tempo di gridare, quando una mano le tirò indietro la testa.
Sentì il gelido abbraccio di una lama, che le disegnò un sorriso cremisi da un orecchio all’altro.
Illogicamente, la ragazza pensò che si sarebbe sporcata di sangue la camicetta bianca, ma presto anche quel pensiero scomparve e cadde nel vuoto.

Gli Occhi dell’Ombra


Ecco un racconticino piccino picciò dall’incipit fisso di un elfo che trova una moneta. Deve rimanere sotto le 3000 battute e devo mandarlo poi ad un concorso. Ditemi le vostre impressioni!! =)

L’elfo si stupì nel trovare quella moneta.
Il piccolo essere dalle orecchie a punta mordicchiò l’oggetto, tenendolo tra le sue lunghe dita.
Diede ancora un’occhiata alla terra smossa ai suoi piedi e storse il naso all’odore pungente che proveniva dallo scavo. Un fetore dolciastro che, come una carezza, gli scivolava sulle guance, lo attirava e lo ripugnava allo stesso tempo.
Ai suoi piedi, un volto con occhi senza palpebre digrignava i denti alla falce di luna che illuminava di sbieco le lapidi e le pietre delle tombe.
Il giovane non si prese la briga di risotterrare il corpo che aveva esumato.
Aveva creduto di trovare poco o nulla, come su tutti gli altri corpi sui quali frugava da anni. Invece questa volta aveva trovato di più.
Sogghignò, il volto pallido che sembrava sbiadire nella luce dell’astro notturno; un vento gelido corse attraverso le lapidi, come un sospiro di un altro mondo, quando le dita si chiusero imprigionando nella mano dell’elfo ciò che avrebbe dovuto permettere all’anima del defunto il viaggio verso i suoi avi.
Si incamminò lentamente verso l’uscita del cimitero. Era una serata come un’altra, e quello per lui era un cadavere come un altro.
Ogni passo che faceva, però, sentiva sempre più su di sé degli occhi appuntiti. Tre volte si girò, e tre volte non scorse nulla.
Percepiva una presenza, fumosa come una sensazione.
Qualcuno lo guardava dal buio.
Fu preso dalla voglia di abbandonare quelle lapidi, denti che laceravano il terreno. Attraversò le ombre delle lastre marmoree con il proprio passo e voltò le spalle a quel luogo di morte.
Voltò le spalle al cadavere dissotterrato di suo padre.
*
Aveva perso il conto dei giorni, il giovane elfo. Giorni trascorsi gridando contro l’oscurità, contro chi lo fissava ogni attimo dal nero più profondo.
Le sue orecchie erano invase da orribili bisbiglii e sussurri che non gli davano tregua, che lo tenevano sveglio la notte e gli martellavano la testa.
Stava lentamente impazzendo e non riusciva a salvarsi.
Le sue mani rasparono il pavimento sporco della camera. Si era svegliato di nuovo di soprassalto e piangeva sommessamente, il ventre a terra.
Si accorse di essersi ferito a una mano e un lieve tintinnio gli rivelò di aver rotto lo specchio accanto al letto.
Nella sua mente una rivelazione si fece strada all’improvviso: strisciante, velenosa, fredda come il vetro che la sua mano iniziava a stringere.
Il tocco sottile sulla sua carne bollente fu come quello di un vecchio amico.
Vi fu un attimo di pace mentre il raschiare del gelido oggetto tagliente contro l’osso del polso copriva le voci senza fine.
Mentre la vita gocciolava via da lui, il piccolo ragazzo osservò la sua moneta.
La vista gli si offuscò, e dall’oscurità balzò fuori lei.
La sua coscienza uscì fuori dalla nera ombra della sua mente, ad osservarlo con occhi senza palpebre.
L’immagine di ciò che una volta era stato suo padre si chinò e raccolse il piccolo disco giallo.
Poi scomparve, e la morte sibilò nelle sue orecchie parole d’oblio

Il Cielo che Bacia la Terra – In Guerra


Ricaricò il Garand dopo aver sentito il familiare suono metallico dell’espulsione del caricatore da otto colpi.
Le grida attorno a lui scemarono di un poco, ma le MG fisse da postazione continuavano a vomitare traccianti sul versante della collina sotto di loro.
Con un movimento tremante, estrasse il caricatore nuovo dalla tasca della divisa verde scuro e se la batté sull’elmetto per assicurarsi dal rumore che non fosse vuota.
Una granata esplose poco distante e lo schizzò di terra, fango e, con suo raccapriccio, sangue.
Infilò il tutto nell’alveo, appena dopo il calcio, nel legno scuro e scheggiato del fucile e ritrasse subito la mano, perchè il meccanismo non gli tranciasse il dito.
Il muro di mattoni dietro il quale, accucciato, si era riparato, non forniva molta protezione, ma era meglio di niente.
Sempre meglio di quelli che sbarcavano in quel momento sulla spiaggia, un centinaio di metri più in basso.
Centinaia di persone correvano su per la collina melmosa, gridando parole sconnesse, gridando aiuto, gridando e basta.
i veicoli da sbarco erano riusciti con difficoltà e lasciarli sulle sponde di quell’inferno. Intere squadre erano state falciate al calare dei portelloni e non avevano nemmeno messo piede sulla spiaggia.
Il cielo era grigio, saturo del rumore dei traccianti, delle urla strazianti, dell’odore della carne morta e bruciata.
Di tanto in tanto, una detonazione e degli ordini in una lingua sconosciuta laceravano l’etere.
Tre amici erano partiti con lui per quello sbarco. Non li aveva più visti fino a quando non aveva trovato la mano di Lucas sotto un cavallo di Frisia,il suo anello di metallo scuro al’anulare, troncata di netto. Da un tracciante probabilmente. In quel momento capì che doveva cercarne due soltanto..

Continua..

La Morte di Speranza


Tutto quello che stava accadendo succedeva troppo lentamente per essere vero.
Tutto quel sangue non aveva significato, sicuramente c’era qualcosa che gli era sfuggito.
Passò delicatamente le dita tra i capelli del ragazzo steso ai suoi piedi.
Attorno a lui la strada era silenziosa, non fosse stato per le urla dentro e fuori la sua testa, che gridavano che no, non era possibile, che c’era qualcosa di sbagliato.
Poi un risolino agghiacciante lo riportò alla realtà, e rivide il pugnale lucido, nero, andare incontro a chi gli stava di fianco; lo vide accasciarsi senza un gemito, il sangue che cadeva copioso; vide la mano assassina tagliarsi con quello stesso coltello.
La rabbia lo colse mentre era chino sul corpo della persona senza la quale la sua vita non aveva significato.
In quel momento capì che mai più egli gli avrebbe parlato, mai più lo avrebbe aiutato.
Non avrebbe più sentito la sua risata, né sentito pronunciare il suo nome senza una lacrima che lo accompagnasse.
La Speranza.
Strinse i pugni. Si accorse di essersi ferito alla mano destra, senza accorgersene, poiché quando mosse le dita si fece male. Un taglio netto, sul palmo, dal quale colava una densa goccia di sangue scuro.
Digrignò i denti, mentre si rendeva conto di ciò che era successo.
L’assassino l’avrebbe pagata cara.
Alzò lo sguardo, come convinto di trovarselo innanzi. Osservò la strada, le finestre, i muri, i cancelli, i giardini. Era solo.
Non capiva. Come aveva fatto ad andarsene senza farsi notare?
Non aveva senso, niente aveva senso.
La parte più importante di lui non poteva essersene andata in quel modo
Lui aveva promesso di proteggerlo. Non poteva finire così. Se avesse trovato l’assassino, lui sarebbe tornato in vita. Le due cose erano correlate.
Quella risata.
Non se la sarebbe più dimenticata ma… era una risata troppo familiare.
Appoggiò la mano per terra, e strinse qualcosa di duro e freddo.
Un coltello.
Rise, poiché seppe di aver trovato qualcosa che lo avrebbe aiutato nella sua vendetta.
Ed in quel preciso momento, capì.
La risata che aveva sentito, era stata la sua. La mano che aveva ucciso, era la sua.
Era un assassino.
Tremante, con le lacrime agli occhi, guardò il volto della persona che più di tutte era stata preziosa per lui.
Fissò la ferita.
Aveva ucciso la Speranza, che aveva il volto del suo migliore amico. E facendolo si era ferito. Profondamente.
Era sicuro che uccidendo la Speranza in lui, non avrebbe mai più sofferto, non sarebbe mai stato più deluso.
Perché non avrebbe avuto alcun bisogno di aspettare qualcosa con tutto il cuore, di avere quella fiamma in fondo all’anima che avrebbe mantenuta accesa la possibilità di essere felice e che, quando fosse stata spenta, delusa, negata per l’ennesima volta, avrebbe bruciato di un fuoco freddo e dolorosissimo.
Ora invece, si ritrovava solo. Come aveva voluto.
Fu allora che cominciò ad urlare.